Se è vero che un giocatore non si giudica da un calcio di rigore, nemmeno se si chiama Higuain e spara alle stelle i due penalty decisivi della stagione, è altrettanto vero che un vincente non è necessariamente uno che ha fatto incetta di titoli con la propria nazionale. Nel mezzo c’è questa storia, e una generazione di magnifici calciatori che proprio non riescono a superare la maledizione albiceleste, la nazionale argentina che non vince un trofeo (Coppa America) dal 1993. Iniziamo dal protagonista più atteso e chiariamo una volta per tutte: se per diventare un campione devi per forza vincere un titolo con la nazionale, allora c’è qualcosa che non quadra, nella storia del calcio. Non sarebbero campioni Cristiano Ronaldo e Ibrahimovic, non avrebbero scritto pagine indimenticabili calciatori come Eusebio, Roberto Baggio, George Best, Paolo Maldini, Crujiff e molti altri, tra cui tutti i nazionali inglesi degli ultimi quarant’anni e un francese che magari aveva più classe dei suoi successori, ma che un Mondiale non è riuscito nemmeno a disputarlo. Sì, stiamo parlando proprio di Eric Cantona, buttato fuori, al Parco dei Principi, dalla manifestazione del 1994 da un bulgaro assai poco in vena di trattative.

Fonte: www.sofoot.com
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Il problema di Messi, semmai, è il paragone con una divinità. Ed ecco che Leo ritorna ad essere una pulce, ma solo perché Diego Armando Maradona è un culto, prima ancora che un calciatore. Tutto merito del Mondiale 1986, quando Diego prese in mano non solo la squadra, ma un intera nazione e la trascinò al successo continentale. Epica la partita con gli inglesi, sublime la passeggiata con i belgi, divina, appunto, la luce che indicò il corridoio per Burruchaga nel gol del 3 a 2 contro i tedeschi. Curioso annotare che Maradona non riuscì a vincere nemmeno una Coppa America, che l’Argentina ne vinse due tra il ’91 e il ’93 (le ultime) senza il suo Diego e che se andiamo a contare i successi nei club noteremo che il divario tra Maradona e Messi è semplicemente siderale.

Fonte: www.1000cuorirossoblu.it
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In sostanza, se come dicono gli addetti ai lavori e gli opinionisti locali, Messi è troppo europeo e poco argentino, puoi starci che Maradona sia sempre stato troppo fin troppo argentino e napoletano, assai poco incline agli europeismi. Il che non è detto che sia un male, anzi, sono semplici provocazioni, sia chiaro. La verità è che conta il talento, e quello è fuori dalla logica terrena per entrambi, seppur nella loro normale diversità. I titoli hanno valore fino ad un certo punto, ed è giusto che sia così, e non è bello paragonare calciatori di generazione diverse. Allora perché continuare a farlo con Messi che ha ancora almeno un paio di bonus da giocarsi?

Indubbio che nelle ultime due finali (Mondiale e Coppa) Leo si sia visto poco, ma questo è uno sport di squadra, diversamente non si spiegherebbe, ad esempio, il successo della Germania ai Mondiali. Oltre a Neuer inserireste un tedesco tra i primi cinque giocatori più forti del mondo? No, ma probabilmente inserireste due argentini. Se non lo fate voi lo facciamo noi: Mascherano e Di Maria potrebbero stare senza ombra di dubbio in questo quintetto. Lo dice anche il loro valore di mercato, fermo restando che il secondo deve ancora dimostrare di che pasta è fatto, soprattutto in una finale, visto che non ha mai avuto la fortuna di arrivarci in buone condizioni fisiche. La verità è che l’Argentina sta sprecando una generazione di talenti forse non inarrivabile, ma sicuramente più forte di altre che hanno trionfato. Ventitre anni senza vincere, potendo contare su gente come Pastore, Tevez, Samuel, Zanetti, Cambiasso, citati in ordine più o meno sparso, oltre ai suddetti, è francamente un peccato mortale.

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L’impressione è che questa sia una rosa che ha nelle proprie corde quello che a Buenos Aires chiamano “el fracaso” come se fosse un destino ineluttabile, lo senti dalle parole degli stessi giocatori, dai loro gesti, dalla rassegnazione nei volti. Ma spesso, nel calcio, l’abitudine a perdere ti aiuta a vincere. A differenza del Brasile, in evidente crisi di talenti, questa squadra ha tutto per prendersi le soddisfazioni che la gente le chiede. Deve solo togliersi di dosso l’aurea di generazione perdente e guardare all’esempio della Germania che, prima di vincere è arrivata seconda, terza, poi ancora terza o della Spagna pre-europeo 2008. La Germania ha costruito nel tempo la propria forza cambiando molti elementi della rosa, la Spagna ha giocato sulla continuità anche quando le cose non andavano bene: in sostanza due squadre che hanno usato le sconfitte come base per crescere, non come punto di arrivo o peggio ancora come “occasione che non potrà mai più ricapitare”. Questa Argentina deve solo convincersi che il tempo per piangersi addosso è finito, e che Messi non deve dimostrare niente a nessuno. Che c’è una generazione di fenomeni che non può concludere il proprio ciclo senza tituli. Al prossimo Mondiale Messi avrà 29 anni, come Di Maria, mentre Mascherano, che oggi parla di maledizione e tragedia, ne avrà 33, che per un centrale difensivo non sono poi così tanti. Forse sarà l’ultima chiamata, ma chissà che non sia quella buona. Don’t cry Argentina, c’è ancora tempo.

[Credits Cover: Source: Martin Rose/Getty Images South America]