“Uno dei benefici dell’amicizia è di sapere a chi confidare un segreto”, diceva Alessandro Manzoni nell’800, ma nel 2014 sembra non essere proprio così. Questo, almeno, è quanto dimostrano gli studi del sociologo di Harvard Mario Luis Small: ci confidiamo con gli estranei più di quanto pensiamo.

In un sondaggio online condotto su un campione di 2mila persone adulte, Mario Luis Small ha domandato agli intervistati “Con chi ti sei confidato l’ultima volta?” e i risultati sono stati scioccanti. Circa la metà delle risposte (il 45%) ha confermato che la persona in questione non avesse particolare importanza nella propria vita: un barbiere, ad esempio, oppure un barista, un personal trainer in palestra, un medico, un ragazzo incontrato in treno, o “quando sei rimasto chiuso in ascensore e hai dovuto aspettare 4 ore e mezza prima di essere liberato”. Per il sociologo non è solo un discorso di casualità e disponibilità del prossimo ad ascoltarci in quel preciso momento.
Il perché è presto detto: più vantaggi e meno da perdere.

Con chi ti sei confidato l’ultima volta? Sconosciuti, estranei a cui raccontare i nostri segreti. Ecco la spiegazione scientifica del fenomeno

“L’ideale romantico moderno è ‘sposare il proprio migliore amico’, qualcuno che sia al tempo stesso amante, confidente, padre o madre dei nostri figli e compagno”, confermano alcune ricerche un po’ troppo romantiche e fantasiose. Ma molti non considerano che, al contrario di quanto si creda o ci abbiano insegnato, è proprio con chi non si conosce che si è più propensi a parlare. Come se fosse una sottospecie di scudo nei confronti del diverso e del nuovo, come se fossimo spinti da chissà quale forza e coraggio, come se qualcuno ci portasse verso la novità e ci allontanasse dal routinario e “sempre uguale”. Ma perché ci confidiamo di più con chi non conosciamo? Sarà perché non li rivedremo mai più, perché non ci importa del loro giudizio, perché l’estraneo è disinteressato o forse perché non conoscendo né il nostro passato né come siamo veramente non ha modo di giudicarci e fa meno male che raccontarlo ad un amico o parente. Sono questi i commenti che più spopolano in rete, sul web e sui social più famosi, e, chissà, forse sarà proprio per questo.

“Nessuno mi può giudicare”, nemmeno tu, nemmeno un parente o un amico più stretto, figurarsi di un perfetto sconosciuto. Ma la spiegazione è ancora più tecnica. Ci abbandoniamo volentieri a quella che i sociologi chiamano downward social comparison: cioè ci piace pensare di essere al di sopra degli altri e questo ci permette di aprirci in maniera più libera.

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La scienza ha parlato e ha, finalmente, dato una spiegazione logica alla quale appellarsi: è più facile e spontaneo confidarsi con un estraneo perché non ci può consigliare, compatire o consolare. Può – e deve – solo fare una cosa: ascoltare. E così ci fa da “specchio“, rispetto a tutti i nostri pensieri, i nostri problemi e il flusso costante e senza sosta nella nostra mente che chissà da dove parte e chissà dove arriva. Perché, per la comunicazione, è importante quello che tecnicamente si chiama “ascolto attivo”: nella maggior parte dei casi, quando due dialogano, si comprende solo il 35% di ciò che si dice. E così non si ha l’opportunità di interagire nella maniera più corretta e positiva possibile. È per questo che abbiamo bisogno di essere ascoltati meglio, e di più. Per comprendere, e per comprenderci a nostra volta. Come se ci fosse un gioco di riflessi che ci spinge spontaneamente a cercar nell’altro, soprattutto se non lo si conosce, quel qualcuno in cui essere se stessi, pur essendo altri. Qualcuno che possa solo stare in silenzio, e prendere ciò che arriva, ciò che diciamo e pensiamo. Senza necessariamente dire qualcosa. Solo per permetterci di sfogarci e comunicare meglio con gli altri.

La nostra tendenza a confidarci con chi non è nostro intimo amico dimostra “la forza dei legami deboli”.