Alcuni dicono che quando si entra negli -anta inizi la fine della giovinezza, finendo pian piano piegati dal tempo che passa. Se questo discorso può essere vero – su base soggettiva – per l’essere umano, non lo è affatto per l’arte, e per il cinema nella fattispecie. Nel 2015 ha compiuto, ad esempio, 40 anni la saga di Amici miei, indimenticabile favola dolceamara sull’amicizia e sulla vita. Il capolavoro di Monicelli è entrato nei fatidici -anta a braccetto con un un’altra serie nostrana, anche questa a suo modo pietra miliare, della quale ancora oggi non perdiamo una replica in TV: quella di Fantozzi. A venirci in soccorso, è Rete 4, che il venerdì sera, per il ciclo ‘Com’è umano lei!‘, rispolvera le avventure del contabile più sfigato d’Italia, concepito e interpretato dal venerabile Paolo Villaggio.

Perché ancora oggi siamo attratti da Fantozzi? Ci possono essere numerose ragioni. La principale però forse ci viene servita dal tagline con cui Villaggio nel 1968 presentava il suo personaggio scaraventandolo spietatamente tra le pagine dell’Europeo o dell’Espresso: “Fantozzi è il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità.” Vedere all’opera il ragionier Ugo Fantozzi è certamente divertente e lo è anche perché tra il protagonista e lo spettatore si forma un legame per certi versi ambiguo: chi lo guarda è divertito e allo stesso tempo irritato, partecipe e allo stesso tempo gaudente per le disavventure capitate al malcapitato ragioniere, misto di dabbenaggine e sfortuna. Chi assiste a un episodio di Fantozzi e ride scopre la sua parte innocentemente sadica, compiacendosi insomma di essere altro rispetto all’omino di cui si sta burlando. Perché Fantozzi è una sorta di Giufà, o un Mr. Bean all’italiana, per citare una maschera più recente, catapultato tuttavia in un contesto quotidiano e familiare (la famiglia, l’azienda, le istituzioni) pur rappresentato con un approccio che strizza l’occhio allo slapstick.

Perché siamo ancora sadicamente innamorati di Fantozzi?

Lo stile, un po’ surreale e appunto po’ slapstick, per quanto sviluppatosi nel corso degli episodi e dei decenni, è comunque rimasto sostanzialmente il solito, peculiare, tecnicamente datato ma ancora irresistibile e godibile da parte di una larghissima fascia di pubblico. Tutt’oggi i dati Auditel ci confermano che le comparse di Fantozzi in TV vengono viste dagli under 18 così come dagli over 60. Ciò significa una cosa: che nel 2015 tutti tengono, perlomeno, in considerazione il personaggio creato dalla penna di Paolo Villaggio alla fine degli anni ’60. Una cosa non di poco conto, considerata la velocità a cui si muove oggigiorno la cultura popolare, sempre più intrisa di corsa al buffering e allo youtuber del momento.

Fantozzi tuttavia funziona ancora oggi grazie a un’efficace accoppiata, costituita da quelle che una volta chiamavamo gag e quelli che un tempo chiamavamo caratteristi. Poche serie sono riuscite come quella iniziata da Luciano Salce quarant’anni fa a creare un sodalizio a orologeria tra maschere e situazioni ai limiti del surreale, oggi entrate nell’Olimpo della comicità. Ancora oggi, tutti conoscono il ragionier Filini (Gigi Reder), così come tutti sono a conoscenza della terribile Coppa Cobram. E se tutti sono al corrente della leggenda vivente Plinio Fernando (Mariangela Fantozzi), lo stesso dicasi per il dottor Guidobaldo Maria Riccardelli e del suo incondizionato amore per il cinema espressionista, rappresentato dall’iconica Corazzata Kotiomkin (perché Potëmkin non si poteva usare per ragioni di copyright). Con leggerezza e tanta irriverenza, Fantozzi entra quatto quatto nel mito, non solo del cinema di genere.

Certo, il primo Fantozzi non è uguale all’ultimo: vuoi per la ricettività del pubblico, vuoi per un’effettiva stanchezza, fatto sta che i primi tre episodi della saga (spalmati nel quinquennio che va dal 1975 al 1980) sono lontani anni luce da quelli più recenti, il cui emblema è malinconicamente rappresentato dal malriuscito Fantozzi 2000 – La clonazione. Tuttavia, lo spirito di un’epoca che a noi appare sempre più sfumata, teatro di un’Italia caratterizzata da relativo benessere ma anche da bassezze e umiliazioni quotidiane, lo avvertiamo ancora oggi, assistendo alle peripezie di un povero Fantozzi in croce. Il cui sogno, come per Pinocchio, non era che essere un po’ più umano, come gli altri.

[Credits Cover: Mondadori]