La leggenda vuole che gli italiani siano conosciuti all’estero come il popolo con la valigia di carta; a fine Ottocento i meridionali e non solo, anche liguri, toscani e friulani, sono partiti su grandi navi alla volta di Paesi stranieri per cercare fortuna. Il Belgio, la Germania, l’Argentina, gli Stati Uniti se ne sono presi carico, li hanno sfruttati, hanno fatto fare loro i lavori più umili ma alla fine li hanno accolti, li hanno resi cittadini con tutti i diritti che ne conseguono e decine di anni dopo le generazioni successive di quei contadini e pescatori si sentono belgi, tedeschi, argentini, americani con origini italiane. Tutto questo per dire cosa? Niente è stato regalato agli immigrati italiani, hanno dovuto lavorare sodo, fare le occupazioni più umili, adeguarsi, imparare una lingua straniera e a volte mettere persino da parte la propria cultura per essere accettati. Alla fine però sono stati premiati, i loro sforzi sono stati riconosciuti e i diritti dell’essere cittadini dello stato dove si vive sono arrivati.

Tutto questo discorso però non si può fare, almeno per ora, per gli immigrati comunitari ed extracomunitari, che arrivano da anni in Italia. Infatti, malgrado l’Italia sia Paese ad alto tasso di immigrazione fin dagli anni Novanta, certo non si può affermare che le persone in cerca di fortuna che sono arrivate nel nostro Paese si siano realizzate. Il discorso che si cerca di approfondire in questo momento chiaramente non è riferito ai profughi o agli immigrati clandestini che negli ultimi anni arrivano a migliaia sulle coste della Sicilia bensì a tutte quelle persone che sono entrate legalmente nel nostro Paese, con regolare permesso di soggiorno, e che dopo aver trovato un lavoro sono riuscite a rimanere in Italia.

Secondi i dati resi noti ieri dal rapporto Ocse intitolato “Indicators of Immigrant Integration 2015” quasi un lavoratore immigrato su tre in Italia vive in condizioni di povertà relativa. Il rapporto sottolinea che “l’elevata incidenza di posti di lavoro di bassa qualità tra i lavoratori immigrati li espone anche ad un elevato rischio di povertà”. Per via delle loro competenze relativamente basse, ma anche a causa della mancanza di riconoscimento delle loro qualificazioni, i migranti impiegati in Italia occupano spesso posti di lavoro di bassa qualità. L’appartenenza a fasce della società estremamente basse, ha comportato che gli immigrati fossero tra coloro che più hanno risentito della crisi economica. Infatti secondo i dati dell’OCse, il loro tasso di occupazione è diminuito dall’82% nel 2006-2007 al 70% nel 2012- 2013: una diminuzione di 12 punti percentuali molto più marcata rispetto a quella degli italiani che si attesta su meno di 6 punti percentuali.

Malgrado questa grande disparità nonché la mancanza di tutele per le fasce più basse della società italiana, sempre secondo i dati pubblicati dall’Ocse risulta che con un tasso di occupazione complessivo del 59%, gli immigrati in Italia sono più propensi a lavorare rispetto agli italiani il cui tasso di occupazione si attesta al 56%. Un dato interessante che mostra che, malgrado le difficoltà del vivere in una società che emargina “il diverso”, gli immigrati hanno voglia e desiderio di riscattarsi, di mostrarsi degni dei diritti di cui godono i cittadini italiani. Fanno i lavori più umili, anche se sono istruiti e qualificati, di rado riescono ad avere una casa di proprietà, la maggior parte infatti vive in affitto, ma soprattutto le difficoltà per ottenere la cittadinanza italiana sono davvero molte e i tempi estremamente lunghi. Da questo ne consegue, anche dopo molti anni di vita vissuta in Italia, il non sentirsi a casa propria, ma ancora ospite in una nazione straniera.

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