La psicologia ai tempi dei social: una storia insolita, ma prevedibile. Facciamo tutti parte di un immenso villaggio globale, dove le distanze non esistono più e in cui la privacy è andata a farsi benedire. In altre parole: non abbiamo più segreti.
Psicologi e studiosi di tutto il mondo osservano le nostre attività su Facebook e Twitter, analizzando il linguaggio che usiamo e i contenuti che siamo soliti condividere con i nostri amici (o con il resto del mondo).
Mentre noi ce ne stiamo chini sullo smartphone a commentare e postare i nostri messaggi di stato, da qualche parte c’è qualcuno che ci ascolta, e che fa di noi una ignara cavia per lo studio della mente umana.
D’altronde quale posto migliore dei social per raccogliere informazioni gratuite e senza alcun tipo di sforzo?
L’era del 2.0 ci ha completamente assoggettati, al punto che anche lo strizzacervelli non può non fare un giro su Facebook.

La Society for Personality and Social Psychology, in occasione del suo 16esimo congresso, ha dedicato un focus alla nuova tendenza: ‘Scoprire segnali psicologici in un miliardo di Tweet, le misurazioni attraverso il linguaggio dei social media‘.
Gi studi hanno sede in America ed hanno coinvolto quattro esperti, che hanno presentato nuovi approcci e metodi di analisi della psiche umana, basandola sull’utilizzo di piattaforme informatiche.
In questo particolare periodo storico è naturale che gli studiosi avvertano la necessità di adeguarsi ai tempi, muovendosi nei (non) luoghi di interesse maggiore.
In questo caso è stata sviluppata una vera e propria partnership tra informatici e camici bianchi, rivolta alla scoperta delle mutazioni psicologiche sociali.
Un esempio di studi del genere è offerto da una ricerca pubblicata su ‘Plos One‘, una importante rivista scientifica nata nel 2006, che ha riportato variazioni del linguaggio umano in base all’età, al sesso e alla personalità. Da questa analisi è emerso che il maschio adopera spesso l’aggettivo possessivo ‘mio’ quando deve indicare la propria moglie o compagna.
Gli scienziati hanno quindi compreso che le parole utilizzate sui social sono ben altro che scontate: esse rappresentano indicatori attendibili della personalità di chi scrive.

Gregory Park, ovvero l’autore di un’altra ricerca ricerca pubblicata sul ‘Journal of Personality and Social Psychology‘, ha spiegato che sono stati analizzati vari aspetti sui social network, dalle parole usate dagli amici degli utenti al numero di contatti da loro collezionati, fino alle tendenze politiche.
Un’altra ricerca sull’argomento, pubblicata su Assessment, si è invece basata sul linguaggio adoperato negli ‘status’ degli utenti: gli studiosi hanno individuato un gruppo di parole chiave capaci di rivelare importanti aspetti della personalità di ciascuno.
Ma ciò che sorprende è che anche la salute può essere oggetto di uno studio sul web: in una ricerca apparsa su ‘Psychological Science‘ gli scienziati hanno spulciato nel mondo di Twitter, confrontando i tweet con le malattie cardiache presenti sul territorio. Il risultato è stato sorprendente: l’utilizzo di alcune particolari parole può essere un valido punto di partenza per rilevare in anticipo la presenza di malattie o patologie dell’utente.

La verità è che siamo schedati, spiati, oggetto inconsapevole di ricerca. Questo può avere delle connotazioni positive con riguardo ai progressi della scienza o della psicologia, ma può essere deleterio per noi umani.
Condividere, postare, commentare contenuti sui social è una attività piacevole, divertente e interessante, che però si sta sostituendo alla vita reale. Come la stessa attività di ricerca della scienza, un tempo operante sul campo, oggi attraverso uno schermo.

[Fonte: ilgazzettinovesuviano.com]