Era in giro con la sua moto, Daniel. Un giorno del 2004, mentre scopriva la terra abruzzese, si perse tra le vie sterrate, vicino c’erano un castello Medioevale e la Rocca di Calascio. Continuò a esplorare, fino a giungere in una strada asfaltata che portava a Campo Imperatore, l’Altopiano collocato a Sud Est del Gran Sasso d’Italia; al di sotto c’era un borgo lambito da un lago, creato da una fonte sorgiva naturale. Un luogo dove il paesaggio si fondeva perfettamente con il territorio fino a creare un’atmosfera magica: era Santo Stefano di Sessanio, piccolo comune in provincia de L’Aquila.
Quell’incontro tra Daniel Kihlgren e le strade di Santo Stefano non era un incontro qualsiasi, ma avrebbe lasciato un segno importante. Daniel, filosofo e imprenditore milanese di origini svedesi, decise infatti di restare lì, acquistando una parte del borgo e investendo poi in un modello turistico diverso e innovativo. L’albergo diffuso avrebbe dato nuova voce alla storia di Santo Stefano, mettendo a sistema tutte le risorse del territorio. E così, strade come corridoi, case come stanze di alberghi d’epoca e in poco tempo l’albergo diffuso di Sextantio ha iniziato a far parlare di sè in tutto il mondo. Un piccolo gioiello made in Italy che ha aperto le sue porte a chiunque volesse lasciare fuori, anche se solo per qualche giorno, la vita frenetica e fare spazio a un relax d’altri tempi.
Venti stanze, quasi tutte all’interno delle grotte della Civita, compongono l’albergo diffuso; c’è anche una stanza di accoglienza, che in passato è stata una chiesa, in cui hanno luogo tutti gli eventi di convivialità.
Piace soprattutto ai turisti d’oltremanica l’albergo diffuso di Sextantio: secondo quanto riportato dal giornale «The Guardian» l’interesse degli inglesi è dovuto a una serie di fattori. In primis l’idea che un borgo inizialmente abbandonato a se stesso sia stato ripreso a tal punto da attrarre investimenti e ridestinazioni; poi la magia del posto e la sua storia, unita a un paesaggio incantevole.

Noi andiamo alla scoperta di Sextantio, e ci facciamo condurre dal suo artefice: Daniel Kihglren.

Daniel Kihlgren, era il 2004 quando in sella alla sua moto girava per l’Abruzzo e scoprì il borgo di Santo Stefano: si ricorda quale fu il primo pensiero alla vista di questo paese?

La prima cosa a cui ho pensato è stata l’integrità di questo luogo. Erano anni che cercavo posti dove ancora non si era corrotto questo paesaggio così caratterizzante il nostro Paese fino a diventarne uno stereotipo dell’immaginario, borghi incastellati sulla sommità delle colline, circondati dal territorio campestre.
In un mondo che si falsifica e che viaggia veloce, ci sono dei luoghi, le nostre periferie, che riescono a mantenere intatta la loro veridicità. Quindi indubbiamente quello che mi ha colpito a Santo Stefano è stato il fatto che non c’erano abitazioni a deturpare il paesaggio, non c’era il massacro del secondo dopoguerra.
Nel borgo antico e nel paesaggio agrario circostante non vi era segno alcuno del ventesimo secolo, non vi erano palazzine in cemento, non vi erano capannoni, non vi erano nemmeno le consuete villette in stile più o meno tirolese, caratteristiche dello sviluppo turistico dei borghi storici di montagna negli anni del boom economico e decenni seguenti. Mi piace ricordare che un viaggiatore inglese, Edward Lear, che giunse a Santo Stefano nel 1840, ne diede un giudizio negativo, pensando che fosse un paese senza risorse…

Com’è nata l’idea di farne un albergo diffuso? Perché si è orientato proprio verso questo modello turistico?

L’albergo diffuso è una classificazione, io l’ho scelto perché la destinazione d’uso veniva indotta dalla storia, si tratta di un caso in cui è proprio la storia a vincere sulla destinazione e non il contrario.
La definizione di albergo diffuso è stata data dal Prof. Dall’Ara, il nostro principio guida è quello della tutela, fino al restauro del patrimonio storico; ad esempio un elemento fondamentale è stato quello degli arredamenti.
Il turismo in certi casi fa venire meno l’identità dei luoghi, in questa modalità di gestione e progettualità si cerca di dare identità e unità, anche grazie al coinvolgimento delle persone del luogo. Sono elementi che hanno portato notevoli vantaggi economici se pensiamo che dagli anni ’90 ad oggi sono nati 20 alberghi da edifici già esistenti.

Credits: Sextantio
Credits: Sextantio

L’albergo diffuso è una forma di turismo responsabile 100% made in italy, come viene visto all’estero?

All’estero piace molto, soprattutto il mondo anglosassone e quello tedesco apprezzano l’albergo diffuso dando spazio sui giornali, ciò che interessa maggiormente è l’aspetto progettuale. Molti turisti sono anglosassoni vengono in Italia da una vita e sono alla ricerca di luoghi “veri”.

Si parla appunto di modelli, a Matera è nato un albergo diffuso simile. Quanto è replicabile questo modello? Quali sono i presupposti basilari che dovrebbe avere un luogo per avviare un processo simile?

Si tratta di prerequisiti legati alla storia. Devono essere posti rimasti integri, non corrotti dalla contemporaneità e con una storia da raccontare. Santo Stefano è il più replicabile perché è il tipico borgo incasellato sugli Appennini, come ce ne sono tanti.

Il turista che sceglie di trascorrere dei giorni qui, cosa trova di diverso rispetto a un bed&breakfast o altra struttura ricettiva?

Sarebbe meglio dire cosa non trova, siamo un po’ al limite di esser considerati troppo “scomodi”, è un po’ estremo come discorso.
Chi viene qui e va a dormire sul monte Athos dove ci sono i monaci ortodossi e il materasso è scomodo, sa che troverà un posto intenso, vero.
Non sarà comodo, non c’è la Tv, ma appunto c’è ben altro.
Lo sa bene, ad esempio, il turista anglosassone che ha un’adorazione, a volte quasi patologica, verso questi luoghi, e che negli anni ’70 andava in Toscana, ora cerca altro
ed ha voglia di un turismo consapevole.

Credits: Sextantio
Credits: Sextantio

Siamo in Abruzzo, un territorio ricco di borghi storici. Qui è stata promulgata la legge regionale avente ad oggetto l’Albergo diffuso. Cosa è cambiato da allora? È stato contattato da altri comuni?

In realtà c’è un grande movimento, anche da prima della legge. Sono stato contattato da altri comuni, il nostro progetto è in espansione ed abbiamo acquistato altri dieci borghi, tra questi: Frattura Vecchia, Montebello sul Sangro, Buonanotte Vecchio. E poi fuori dall’Abruzzo abbiamo avviato l’albergo diffuso anche a Matera.

Si parla tanto della memoria storica del nostro Paese e di quanto il nostro patrimonio possa essere una leva turistica fondamentale, che cosa manca, allora, per fare il salto di qualità?

Purtroppo ci sono una serie di sovrastrutture che non aiutano; il pensiero prevalente vede la cultura lontana dall’economia. E così, quando si parla di un progetto culturale si perde quasi di credibilità in termini economici.