Io un giorno crescerò/ e nel cielo della vita volerò“. Sì, forse scomodando i Nomadi si rischia di esagerare, eppure l’incipit del capolavoro di Augusto Daolio & co. restituisce perfettamente l’idea di vagabondaggio che alcune opere cinematografiche hanno dovuto affrontare per anni, prima di spiccare il volo. Prima di divenire – dopo anni di indifferenza – dei veri e propri film cult.

Un pò come Donnie Darko, per capirci: uscito negli USA a ridosso dell’11 settembre, incassando pochi spiccioli, il film di Richard Kelly fu ritirato dalle sale statunitensi pochi giorni dopo il rilascio. Il successo, per D.D., come noto, arrivò circa quattro anni più tardi, grazie al passaparola nato in rete, che lo fece tornare al cinema (pure da noi) e in home video. Il resto è storia.

Del resto il grande romanzo del cinema, specie nelle sue ultime pagine, è ricco di esempi di opere accolte tiepidamente da pubblico e/o critica, trasformatesi poi col tempo in lavori di culto.

Uno dei casi più recenti è quello di Alabama Monroe, il cui arrivo in Italia, in punta di piedi, si deve con tutta probabilità alla scia lasciata dalla paura messa alla Grande Bellezza di Sorrentino il giorno degli Oscar, quando le quote dei bookmakers si abbassarono pericolosamente a favore del film del belga Felix Van Groeningen, che già ai Cesar, pochi giorni prima, aveva fatto la parte del leone.

La struggente storia di Alabama/Elise, Didier e del loro piccolo sogno con le ali tarpate chiamato Maybelle, che in totale da noi ha raccolto meno di 350 mila euro, ha precedenti illustri. Sempre in tempi non sospetti, esattamente nella primavera del 2013, dalla Francia è sbucato un piccolo folle film di un francese, Leos Carax, a cui è possibile applicare con molta facilità l’etichetta genio e sregolatezza. Quell’opera, Holy Motors, presentata a Cannes l’anno prima, nel Belpaese sfondò a malapena quota 50 mila euro. Il suo proposito, quello di psicanalizzare il cinema, spiazza e ammalia ma ha bisogno di tempo. Il potenziale per divenire film cult ce l’ha, nonostante la netta impronta autoriale.

C’è invece il marchio di Tarantino (ma guarda un po’) nelle atmosfere, nei dialoghi e nei personaggi di 7 psicopatici, oltre alla talentuosa mano del suo regista, il britannico in trasferta USA Martin McDonagh, già autore di In Bruges. I vari Colin Farrell, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Christopher Walken e Tom Waits si esibiscono in un implacabile e dissacrante balletto che strizza l’occhio anche a Guy Ritchie.

Nello stesso anno di 7 psicopatici (2012) in Italia era arrivato Take Shelter, seconda prova alla regia del classe ’78 Jeff Nichols, un racconto teso e vibrante con protagonista un intenso Michael Shannon nei panni di un uomo possessore di una psiche deviata. Un ritratto di provincia tra follia e schizofrenia, un Donnie Darko meno contorto ma più complesso, passato colpevolmente inosservato, specie da noi, dove ha raccolto in totale nemmeno 20 mila euro.

Take Shelter
Take Shelter

E l’Italia? Nella stagione della rivelazione Smetto quando voglio, che ha messo d’accordo pubblico e critica, c’è Song ‘e Napule. Presentato all’ultimo Festival di Roma – invero con una buona accoglienza – l’ultimo film dei Manetti bros. è una brillante e gustosa comedy-action, nonchè un piacevole omaggio ad un genere, quello del poliziottesco, che ha fatto la storia del nostro cinema. E il personaggio di Paco Stillo/Pino Dinamite, interpretato da Alessandro Roja (il Dandi della serie di Romanzo Criminale) rimane nel cuore.

Song 'e Napule
Song ‘e Napule

Se questi cinque non li avete ancora visti, recuperateli. O perlomeno, segnateveli: tra dieci anni ne riparleremo.

[Credits Cover: Alabama Monroe]