In un giorno del 1985, presumibilmente nella prima metà dell’anno zero di Marty McFly, il signor Stephen King si trova in una stanza insieme a Rob Reiner, regista non ancora 40enne che l’anno prima aveva esordito col musical-gioiellino This is the spinal tap. King, che di brividi ed emozioni se ne intende, appare tremante e incapace di spiccicare una sola parola: anzi, a un certo punto è costretto a lasciare la stanza. Ha appena finito di leggere l’adattamento di The body (Il corpo), suo racconto del 1982 contenuto nella raccolta Stagioni diverse, che comprende anche The Shawshank Redemption (Le ali della libertà). E confesserà, sull’orlo delle lacrime a un altrettanto emozionato Reiner, che quello che ha tra le mani è il miglior adattamento di una sua opera. E già sotto i ponti era passata acqua come Shining, Carrie e La zona morta. Il film che sta per vedere la luce non si chiamerà però, per esplicita scelta della produzione, come il racconto: The body fa venire in mente “o un film a luci rosse o uno sul bodybuilding, oppure un horror proprio alla Stephen King“. Perché la trasposizione per il grande schermo de Il corpo diventerà uno dei racconti d’amicizia più belli di sempre. E perché, dal giorno dell’uscita negli Stati Uniti (22 agosto 1986) sino ai nostri tempi, quando le note del capolavoro di Ben E. King arriveranno alle nostre orecchie non potremo fare a meno di pensare a Stand by me – Ricordo di un’estate.

Trent’anni, Stand by me, li dimostra tutti. Innegabile figlio degli anni ’80, pur ambientato alla fine dei 50’s, è l’ideale successore – meno avventuroso e divertente, più maturo e drammatico – de I Goonies, uscito l’anno prima. In fondo la storia è quella: dei tredicenni, ciascuno coi propri travagli interiori dovuti alla cosiddetta età critica, vanno alla ricerca di qualcosa. Nel film di Richard Donner è il tesoro del pirata Willy l’Orbo, in quello di Reiner il corpo senza vita di un ragazzo, rimasto ucciso dallo scontro con un treno. L’affannosa ricerca, in entrambe le opere, non rappresenterà però che un percorso di cementificazione dell’amicizia tra i piccoli uomini. Anello fisico di congiunzione tra I Goonies e Stand by me è costituito da Corey Feldman, che dal rompiscatole Mouth del film dell’85 passa a Teddy Duchamp, generoso ragazzino dalla vita difficile e costantemente sull’orlo di un esaurimento nervoso. Della spedizione dai propositi macabri farà parte anche l’imbranatissimo Vern, interpretato dal futuro Ultraman della popolare serie tv, Jerry O’Connell. I veri protagonisti tuttavia sono gli altri due del gruppo: Gordie Lachance, narratore della vicenda (da adulto diventerà un famoso scrittore) e Chris Chambers. Il primo ha le sembianze efebiche di Will Wheaton, che di lì in poi sparirà progressivamente dai radar, il secondo quelle di River Phoenix.

Ecco, River Phoenix merita un discorso a parte. Certo, non fosse stato per l’orribile e disgraziata dipendenza da speedball, probabilmente non staremmo qui a parlare di mito ma solamente di un ottimo interprete. River era obiettivamente un attore di razza, in grado di convincere sia in pellicole per un pubblico più giovane (Explorers) che in roba più impegnativa come Belli e dannati o Mosquito Coast. Il punto però è un altro: conoscendo il destino infame che gli verrà riservato, è semplicemente impossibile non commuoversi ogni volta che Reiner inquadra gli occhi ribelli e bellissimi di Chris, la cui dipartita nel film (rimarrà ucciso anni dopo nel tentativo di sedare una rissa) fornirà a Gordie, ormai divenuto scrittore affermato, lo spunto per produrre l’emozionante racconto. River Phoenix morirà di overdose nel 1993, a soli 23 anni, davanti al fratello Joaquin, che poi percorrerà, con mirabili risultati, le sue orme.

E se quando al termine del film ascoltiamo la voce di Ben E. King dire “Stai con me“, ci sentiamo un po’ come Stephen King in quel giorno del 1985, tremanti, senza parole e sull’orlo delle lacrime, rallegriamoci: vuol dire che la magia di quei giorni e di quell’amicizia non è andata persa. Nemmeno trent’anni dopo.

[Photo Credits: Act III Productions/Thomas Del Ruth]