Sono passati cinque anni eppure per Stefano Cucchi e per la sua famiglia, il tempo si è congelato in quella data senza rilasciare un barlume di giustizia. La sentenza che settimana scorsa ha pronunciato la Corte d’appello è stata pura dinamite: rimbalzi di notizie flash, titoli e fiumi di articoli che cavalcavano l’onda dello sdegno o quanto meno della perplessità. Tutti assolti, nessuno colpevole. Il teorema di Pitagora ci insegna a fare calcoli soddisfacenti che sfociano in un risultato rassicurante ma qui evidentemente di rassicurante c’è ben poco e allora, forse, le cose vanno analizzate sotto un altro punto di vista e i calcoli rifatti.

Di Stefano Cucchi se ne sono sentite molte di parole. Quando la cronaca raggiunge questi livelli, alti forse troppo alti, quando ad esserci di mezzo sono medici, infermieri ma soprattutto uomini in divisa e dunque rappresentanti dello Stato, spesso si compie l’errore del cadere in una trappola che fa dimenticare chi in un’altra trappola è non solo rimasto inerme ma ha anche perso la vita. L’impressione in tutta questa vicenda è che di Stefano si parli poco come persona, che Stefano sia diventato un caso da affrontare e non più un ragazzo a cui restituire una giustizia che è diritto anche dei morti, non solo dei vivi.

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Stefano è stato arrestato la notte fra il 15 e il 16 ottobre del 2009. La motivazione del suo arresto? Aveva in tasca 20 grammi di droga. Una settimana dopo, il 22 ottobre, muore all’ospedale Pertini di Roma. Da lì ha inizio il vortice giudiziario, politico, televisivo, giornalistico: tutti vogliono sapere cosa è successo a Stefano, un ragazzo di 31 anni, morto in una struttura dello Stato. La procura avviò subito un’inchiesta che portò ad un lunghissimo processo con il rinvio a giudizio di dodici imputati. Si parla di numeri da capogiro: 45 udienze, 120 testimoni e decine di consulenti e periti nominati dall’accusa per arrivare alla sentenza di primo grado del giugno 2013. La condanna dei medici è per omissione e non curanza: Stefano è morto non per le percosse ricevute in tribunale ma per malnutrizione in ospedale.

La sentenza infiamma i dibattiti fino alla decisione del procuratore generale Mario Remus che chiede la revisione della sentenza sostenendo che la causa della morte fosse stata anche il pestaggio, oltre all’abbandono in ospedale. Il Pertini dispone un risarcimento di un milione e 340mila euro nei confronti della famiglia Cucchi fino ad arrivare alla sentenza di secondo grado, quella che ha assolto i sei medici, i tre infermieri e i tre agenti di polizia penitenziaria per insufficienza di prove.

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Ilaria Cucchi non demorde. Ilaria, da sorella, da figlia di due genitori che chiedono solo giustizia, da cittadina che vive in uno Stato civile, non lascia perdere, nemmeno un giorno. Così è lei che sbatte in faccia le foto shock di Stefano scattate dopo l’esame autoptico, che mostrano il corpo tumefatto, dagli occhi gonfi e lividi, alla mandibola rotta. Stefano non è morto di freddo e qualcuno ha delle responsabilità. Per il momento non per la giustizia. Domenica dopo le reazioni alla sentenza, il procuratore capo Giuseppe Pignatone, sembra concedere un’apertura notevole: “È inaccettabile una morte che avviene quando si è affidati allo Stato” aggiungendo di essere disposto a riaprire le indagini.

La famiglia Cucchi ha un dialogo di circa un’ora con il procuratore capo di Roma e al termine la reazione di Ilaria è positiva ma viene stroncata da una precisazione di Pignatone: “I pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy hanno svolto un lavoro egregio, ho estrema fiducia in loro“. Punto e a capo. Quindi la procura rivedrà probabilmente gli atti ma alla luce di queste puntualizzazioni che Pignatone ha voluto esternare con un tempismo record, siamo sicuri che le cose cambieranno? All’epoca il ministro Alfano aveva preso la parola e rassicurato: verrà aperta un’inchiesta, verrà fatta luce, giustizia. Qui sembra di essere ancora nel buio dell’ingiustizia e dell’indignazione che non è retorica.

Indignazione che ha portato la rete alla mobilitazione. Come la pagina Facebook “People for #vialadivisa” che ha lanciato una provocazione a colpi di selfie scattati con la scritta “Ad uccidere Stefano sono stato io”. Ma anche Lorenzo Jovanotti, Roberto Saviano, Adriano Celentano che dal suo blog, Il mondo di Adriano, scrive una lettera rivolgendosi a Stefano e dando degli ignavi ai giudici, un’accusa pesante: Dante aveva posizionato gli ignavi nell’anti inferno perché non degni nemmeno di quel luogo poiché in realtà era come se non avessero vissuto, loro che non decidevano né il bene, fra il male. Un’accusa che si può muovere a chi rimane in questo momento in silenzio e che dovrebbe quanto meno una parola alla famiglia Cucchi.

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Eppure di parole se ne sentono ancora molte. Alla trasmissione “La Zanzara” di Radio24, dopo un siparietto a suon di minacce di querele, fra il giornalista David Paranzo e il parlamentare Giovanardi che all’epoca non solo si trovava al Governo ma aveva la delega alle tossicodipendenze, il conduttore Cruciani incalza Giovanardi: “Io mi sono interessato al caso Cucchi in veste istituzionale […]. E sono intervenuto istituzionalmente per esprimere un punto di vista suffragato poi da due sentenze. Il povero Cucchi era stato ricoverato per 16 volte al Pronto Soccorso per lesioni da percosse e fratture a seguito di pestaggi. La droga ha una responsabilità perché gli ha rovinato la vita. Cucchi è una vittima di una vita difficile, in cui più volte era stato coinvolto in pestaggi da parte di quel mondo che frequentava. Bisogna stare lontani dalla droga, lo dico ai ragazzi“.

Ecco, Giovanardi lo si conosce molto bene. Gli va riconosciuto che fra le sue parole qualcosa che fa riflettere c’è: la responsabilità morale dei medici. Ma per il resto? Si può incriminare un ragazzo e dimenticarne i diritti? Perché quello che si respira spesso nelle parole che aleggiano, sembra terribilmente inaccettabile per uno Stato civile. Sembra che Stefano sia cittadino di serie B. Ma a questo punto chi sarebbero i cittadini di serie A? Il premier Renzi a Ballarò si è espresso così: “È una vicenda che a me fa molto male. Lo Stato è chiaramente responsabile, c’è una evidente responsabilità. […]Quel ragazzo poteva essere mio fratello“. È qui che dobbiamo ricordare che Stefano Cucchi non è un caso, era un cittadino con dei doveri si ma anche con dei diritti.

[Fonte cover: www.repubblica.it]