America patria del cambiamento, per sua stessa natura terra di libertà, più o meno percepite, che si è soliti descrivere come proiettata nel futuro. Arrivano dall’America le mode alimentari, i nuovi ritrovati tecnologici ma anche e soprattutto i fenomeni sociali. Qualche settimana fa il Time Magazine ha proposto una riflessione su uno dei fenomeni più attivi al momento e che certo non si fermerà troppo facilmente. Giocando su un titolo ad effetto, America’s transition, offre uno spaccato trasversale sui transgender.
L’occasione che ha portato sotto la lente di ingrandimento l’argomento parte da un evento: un incontro avvenuto a San Francisco, al Beaux-Arts Lobby of the Nourse Theatre dove “uomini dalla scollatura a V e collane camminano con donne con camicie abbottonate fino al collo”. Circa 1000 persone hanno presenziato a un evento particolare: il racconto di una delle icone del momento, Laverne Cox. È una delle protagoniste della serie tv “Orange is the new black”.

Cox si definisce come una orgogliosa donna transgender afro-americana. Chi è Cox? È un’attrice che interpreta la carcerata Sophia Burset nella serie tv “Orange is the new black” grazie a cui è entrata nella storia della televisione come la prima persona transessuale dichiarata ad essere candidata per un premio Emmy in un ruolo d’attrice e ad apparire addirittura sulla copertina della rivista Time Magazine. Un personaggio carismatico che indubbiamente rappresenta un punto di riferimento per una percentuale della popolazione americana che seppur piccola si prospetta essere in aumento.

credits foto: www.admin.fad-nation.com
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Quello che il Time riporta è una comparazione fra numeri e realtà. Un anno fa la Suprema Corte legiferò che gli americani erano liberi di sposare chiunque amassero, indipendentemente dal sesso e a quel punto un altro movimento che si batte per i propri diritti e che finora era rimasto ai margini della società, ha iniziato a lottare per una parità nel mondo sociale. Quello che verrebbe rivoluzionato da cambiamenti nelle scuole, negli ospedali, negli uffici, nelle prigioni e negli ambienti militari. Cox è bandiera del movimento e la sua battaglia per i diritti dei transgender è iniziata. Dal sito internet alle interviste, il messaggio è chiaro e lo stesso lanciato da San Francisco: “Tu puoi stabilire cosa significa essere uomo o donna”. La percentuale di transgender americani è dello 0,5% e fra questi ci sono i disoccupati, quelli ridotti a povertà e i suicida: quelli rifiutati dalla società civile, discriminati.

L’identità stessa dei transgender nel mondo civile è di fatto un ostacolo. Si perché in un mondo dove il gender è un discrimine, si capisce che per arrivare alla loro completa accettazione da parte di questo mondo, la rivoluzione necessaria e sufficiente sarebbe quella di togliere come discrimine quel termine che indica x o y. Il più grande ostacolo è la concezione binaria del maschio o femmina che è insita nella società mondiale e non certo solo in quella americana. Per fare un esempio banale, pensiamo ai bagni pubblici: uomini o donne?

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Ricordiamo tutti il polverone scatenato dalla signora Santanchè che aveva urlato allo scandalo quando nei bagni del Parlamento aveva incrociato Vladimir Luxuria. Polemiche, interrogativi, dibattiti. Uno dei problemi collaterali vissuto nelle scuole è il bullismo, com’è la stessa Cox a dichiarare di aver vissuto in prima persona. Cosa che probabilmente ha vissuto anche l’1,5 milioni di americani transgender. Ma la cosa interessante è che non si fa leva certo sul patetismo o pietismo, di cui poi sappiamo benissimo, gli americani sono grandi produttori. L’identità di chi si riconosce nel termine di transgender non è facile da definire. Fu il Daily News di New York il primo nel 1952 a parlare di George Jorgensen, che nel dicembre di quell’anno salpò alla volta della Danimarca per cercare un’operazione che lo trasformasse fisicamente in una lei. “La natura ha commesso un errore che io devo far correggere” riportava George al giornalista che lo aveva intervistato. Erano gli anni ’50 e le informazioni non volavano alla velocità di internet e c’è chi dichiara la difficoltà del suo tempo prima del world wide web.

Negli anni ’50 si chiamavano transvestites, poi transsexuals e ora transgenders. L’evoluzione della definizione in termini di un fenomeno tanto semplice quanto complicato da sviscerare, è passata per gli anni ’80 in cui questo “disordine della sessualità” veniva definito come un disordine mentale, per poi essere rimosso dalla bibbia psichiatrica, e essere invece definito come “gender dysphoria” con la gioia dei transgender che rifiutavano il riferimento a un disturbo o devianza che fosse, dimostra quanto ancora cambierà la visione del fenomeno.

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fonte foto: www.urgentactionfund.org

A dimostrarlo Facebook. Il social network che non sembra conoscere crisi che ne minaccino la sopravvivenza, l’anno scorso ha introdotto nella sezione sulle informazioni personali un’apertura al gender. Ecco dimostrato come l’era di internet abbia costituito un punto di cambiamento indubbio: la libertà di conoscere, di condividere, di saggiare l’acqua senza tuffarvici a occhi chiusi. Il “costume soffocante” nel quale molte persone vivono, si alleggerisce nel momento in cui internet diventa un luogo di conoscenza, di curiosità, nel quale si può essere perfino se stessi. Rose Hayes lavorava per Google. Era un uomo, ora una donna che progetta una app che permette di visualizzare in tutto il mondo, i bagni in cui i transgender possono recarsi stando “al sicuro”. “Se internet fosse esistito, in qualsiasi sua forma, quando avevo 21 anni, avrei sistemato la cosa” dice Rose che prima di fare l’operazione è stata sposata 23 anni. E sebbene si parli tanto di toilette per signore o signori, altre discriminazioni minano il pilastro della libertà: la questione dei militari. Per servire il tuo Paese quali sono i requisiti?

Lo spazio conquistato dai gay nella società così come nella politica è in aumento sebbene risacche di omofobia siano sempre presenti. Le politiche dei governi occidentali hanno una nuova sfida di fronte a loro: come si verrà incontro alle esigenze ma soprattutto ai diritti dei transgender che prima di tutto sono sempre cittadini e quindi aventi diritti che lo Stato deve garantire e soprattutto tutelare?

[Fonte cover: www.jacobinmag.com]