Qualcosa sta cambiando, ma ancora non basta. Gli agnelli che ogni anno vengono uccisi in vista del pranzo di Pasqua sono un numero considerevole e solo un ulteriore cambio di rotta nei consumi può contrastare questo fenomeno. Nel 2010 gli agnelli e i capretti macellati nel nostro Paese erano 4.834.473, mentre nel 2014 ne sono stati macellati 2.129.064, meno della metà, proprio grazie alle scelta di molte famiglie di optare per un menù cruelty free.
Dai dati Codacons risulta che lo scorso anno è stato registrato un -8% rispetto al 2013 e le previsioni del 2015 dicono che 6 famiglie italiane su 10 rinunceranno ad avere l’agnello in tavola nel giorno di Pasqua. Tante le campagne di associazioni animaliste che vanno in questa direzione, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla triste mattanza degli animali. Torna anche quest’anno la battaglia intrapresa dall’OIPA, l’Organizzazione Internazionale Protezione Animali, che ha scelto di ripetere lo stesso forte messaggio “M’ama, mi mangia” contrapponendo sui manifesti un cane o un gatto ad un agnellino. Due sorti diverse, quella dell’animale domestico rispetto ad un agnellino, ma l’amore non dovrebbe essere lo stesso? Ne abbiamo parlato con il presidente dell’OIPA Massimo Comparotto.

“Tutti gli animali vivono, soffrono, amano. Loro sono uguali, tu puoi fare la differenza” è lo slogan della campagna OIPA.
Dopo lo scorso anno si replica nelle città italiane: Presidente, crede che stia cambiando la sensibilità rispetto a questi argomenti? E come si può intervenire?

La consapevolezza circa la reale provenienza di quello che mangiamo sta considerevolmente aumentando, ecco perché riteniamo che sia molto importante continuare a fare informazione e a creare una coscienza critica collettiva.
La sensibilizzazione e l’informazione sono infatti due armi molto potenti che, seppur in maniera indiretta, possono cambiare il destino di moltissimi animali. Trovare il giusto canale comunicativo è fondamentale per parlare ad un pubblico che sia il più ampio possibile. Se da una parte mostrare la realtà di quello che accade dietro le pareti dei macelli è doveroso e su alcuni produce un effetto choc immediatamente seguito dalla decisione di non essere più complici di quella barbarie, su altri produce il cosiddetto “effetto struzzo” portandoli a voltarsi dall’altra parte rifiutando di approfondire e rimanendo ancorati alle vecchie e rassicuranti convinzioni.
È evidente come in questo caso non si sia ottenuto alcun risultato, anzi, si viene a creare una maggiore resistenza. Ecco perché spesso risulta vincente fornire uno spunto di riflessione lanciando un messaggio che metta a nudo la palese incoerenza con la quale si approccia agli animali chi ne considera alcuni compagni di vita mentre altri come cibo, in modo che le conclusioni vengano tratte dallo spettatore stesso e, in quanto idee maturate autonomamente, abbiamo maggiore forza. Abbiamo voluto provarci anche quest’anno rilanciando la grande campagna affissioni presentata lo scorso anno e includendo, oltre Milano e Roma, anche Torino e Napoli.

Una Pasqua senza agnelli, l'appello dell'OIPA (INTERVISTA)

Che tipo di riscontro avete avuto?

Il riscontro è stato senza dubbio molto positivo. Sono molte le persone che ci contattano per comunicarci di aver visto la campagna e chiedendoci materiale informativo a riguardo da poter diffondere a loro volta, così come persone che rilanciano sui social le due immagini della campagna confermando di aver raggiunto una consapevolezza nuova e invitando gli altri a fare lo stesso.

La campagna si fa social grazie a un hashtag dedicato, ci spiega come le persone possono partecipare? E quanto sono importanti i social per campagne di questo genere?

Partecipare è semplice: è sufficiente scattarsi un selfie accanto alla campagna, o cercando una delle affissioni in metropolitana (al momento le affissioni in metropolitana sono attive a Napoli fino al 7 aprile) oppure accanto alla locandina, e diffonderlo su Facebook e Twitter utilizzando l’hashtag #mamamimangia. In questo modo possiamo massimizzare la visibilità e raggiungere i cittadini di tutta Italia, anche nelle città in cui non sono presenti le affissioni.
La diffusione tramite i social media è un ottimo metodo per mostrare quanto un ideale sia condiviso e creare una comunità fondata sui medesimi valori.

A quali valori secondo lei bisogna fare appello per far capire che non c’è alcuna differenza per l’appunto tra un cane e un agnellino?

L’obiettivo della nostra campagna è proprio indurre a una riflessione sulle motivazioni che spingono ad amare e considerare compagni di vita alcuni animali, e a considerare solo cibo altri.
Il claim “M’ama, Mi mangia” vuole richiamare un gesto fatto velocemente, senza riflettere, esattamente come il gioco che si fa sfogliando una margherita per “decidere” se l’amore è ricambiato. Ma quel gesto, quella carezza al proprio animale domestico o quella forchettata data al cibo nel piatto, non è un gioco, perché può determinare la vita o la morte di milioni di esseri viventi che non hanno altra colpa se non quella di essere posti sul gradino più basso della catena alimentare umana. Nati, allevati e uccisi in nome di una tavola imbandita.
Ci chiediamo quindi “perché il cane corre nei prati con il suo compagno umano, il gatto sonnecchia sul divano e risponde alle carezze con le fusa, mentre l’agnello piange perché è stato strappato dalla mamma e si trova appeso a testa in giù e sgozzato?”. La risposta, in realtà, arriva spontaneamente già nel momento in cui si ha il coraggio di porsi la domanda. La consapevolezza dell’incredibile errore insito nell’antropocentrismo nel quale veniamo cresciuti arriva inesorabile. Alla presa di coscienza deve seguire il coraggio di cambiare le abitudini di una vita intera. Abitudini che non valgono certo milioni di vite. Il cambiamento inizia da ognuno di noi. Non nutrirsi di altri animali non è “una moda”, una “forma di protesta” e non dovrebbe rendere chi lo fa “quello diverso”. Rispettare la vita è, e deve essere, la normalità.

Credits photo: wipplamb.com
Credits photo: wipplamb.com
Anche la Chiesa negli ultimi anni ha fatto dei passi avanti, smentendo di fatto il legame tra l’uccisione dell’agnello e il rito Pasquale. Ancora una volta è la cattiva informazione che alimenta tradizioni?

Nella religione cristiana Gesù viene identificato con l’agnello, anche se in realtà appare come agnello solo nell’Apocalisse. Quando nel Nuovo Testamento Gesù dice di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue è stato interpretato come “mangia Gesù, quindi l’agnello”, ma si tratta di una metafora del fatto che occorre nutrirsi di lui spiritualmente. La tradizione del sacrificio dell’agnello è legata al Vecchio Testamento, mentre Gesù porta grande rinnovamento e soprattutto non mangia mai l’agnello, ma pane e vino, come descritto nell’Ultima Cena.
Di conseguenza, ai giorni nostri, tale tradizione è legata essenzialmente ad un aspetto culinario più che religioso. Vale quindi più un’abitudine a tavola delle vite di decine di migliaia di cuccioli?

[Fonte Photo Cover: improntaunika.it]