Datele una storia toccante, preferibilmente con un soldato imprigionato da qualche parte, e Angelina Jolie vi farà un film.

Come nel suo esordio dietro la macchina da presa, Nella terra del sangue e del miele, Angelina sceglie una location spazio-temporale bellica, tentando l’impresa di portare sullo schermo Unbroken, il romanzo di Laura Hillenbrand del 2010 che racconta la straordinaria vita dell’italo-americano Louis Zamperini. Un’esistenza che si configura come una sequela di imprese fuori dal comune: Louie diventa a 19 anni campione olimpico nei 5000 metri a Berlino ’36 (sotto gli occhi di Hitler); poi, durante il secondo conflitto mondiale, per via di un attacco aereo nemico, resiste per 47 giorni su un canotto in mare aperto; ancora, dopo essere stato catturato dalla marina giapponese, viene rinchiuso nel campo di prigionia militare di Ōfuna, dove diviene il bersaglio preferito di Watanabe, sadico e spietato ufficiale nipponico.

Ad essere sinceri, la seconda prova della Jolie da regista non è che sia particolarmente piaciuta in patria. Scrive John Beifuss su Commercial Appeal: “Il fratello di Zamperini ci lascia questo messaggio: ‘Un momento di dolore vale una gloria eterna.’ Nei film veramente interessanti, la verità è esattamente l’opposto.” Ovvero, secondo il critico statunitense, Unbroken pecca di manierismo tematico, oltre che tecnico. La figura dell’eroe senza macchia, disegnata coi tratti di un’agiografia, non convince. Eppure è proprio la linearità dell’intera opera a conferirle notevole coerenza. Per tutta l’opera, lo spirito di sacrificio di Zamperini trascende gli avvenimenti che lo investono, confidando (ecco il tema, invero non palesato, della fede) in un happy-ending. Una lungimiranza che va anche oltre il film in sé: il passaggio (senza eguali) sulla terra dell’ex campione olimpico è stata regalata al mondo con 70 anni di ritardo dal suo reale svolgimento. Una vita, insomma.

Angelina sa evidentemente di cinema: nonostante la sostanziale indifferenza mostrata dall’Academy, Unbroken è un progetto studiato con partecipazione e competenza, con l’ausilio di due che di script ne sanno qualcosa, i fratelli Coen. La piccola Voight sa come costruire un film, in quale momento inserire la scena, come strutturare la colonna sonora, quando rallentare e quando accelerare, alle volte rischiando di forzare: la violenza espressa, fisica e psicologica, è funzionale ma a tratti ridondante.

Chiaro, la Jolie con la macchina da presa non è Michael Mann, nè Wes Anderson: l’anonimato del punto di vista viene in ogni caso riscattato dalla fotografia di Roger Deakins (candidata all’Oscar) e da un ritmo sapientemente dosato, che rende l’intero prodotto coeso e avvincente, nonostante le oltre due ore di durata.

Senz’altro degna di nota è poi l’intuizione della produzione e della Jolie a proposito della scelta dei protagonisti: se il lavoro di chi impersona Zamperini, il classe ’90 Jack O’Connell, è encomiabile sia dal punto di vista fisico che da quello espressivo, altrettanto positivo è l’apporto della rockstar nipponica Miyavi, volto dell’Uccello Watanabe. I due danno vita a una dialettica basata sulla sottomissione e su due approcci agli antipodi della vita (col picco raggiunto in un duello di leoniana memoria) che riporta alla mente il rapporto Bowie/Sakamoto in Furyo, in maniera meno elegante ma non meno interessante.

A dare poi maggior solennità al lungometraggio concorre anche il caso, che ha voluto che Louis Zamperini passasse a miglior vita lo scorso luglio, a 97 anni, pochi mesi prima della presentazione al mondo dell’opera che lo celebra. Un’incursione della vita reale che chiude il moto circolare dell’esistenza umana.

E non è da prendere come offesa se si considera già Unbroken – che si congeda sapientemente con immagini di repertorio e con la splendida Miracles (esclusa dalla corsa agli Oscar) – il Colpa delle stelle del 2015. Quando parte la voce di Chris Martin giratevi a vedere quanti occhi sono diventati lucidi. Alla vista di un piccolo grande uomo che rimane miracolosamente aggrappato alla vita, nonostante questa faccia di tutto per lasciarlo morire.

[Ph. Credits: Universal Pictures]