Amancio Ortega è il nuovo Paperon de’ Paperoni.
E che il suo nome corrisponda a quello dell’uomo che ha realizzato il sogno di ogni donna, non deve essere un caso. Un uomo riservato, che non appare spesso in tivù né sui giornali, ma il cui patrimonio è dato da quanto si cela dietro il marchio più innovativo e devastante al mondo: Zara (così definito da Daniel Piett, direttore moda di Louis Vuitton). Cresce del +17% rispetto allo scorso anno il patrimonio di casa Ortega.
Un impero costruito su basi che chiunque definirebbe fallimentari: la totale assenza di pubblicità e la realizzazione di intere collezioni in sole due settimane e a basso costo. Che l’azzardo sia davvero la chiave del successo? È dal 1975 che Zara batte costantemente il retail di aziende leader nel settore come Uniqlo, United Colors of Benetton e Hennes & Mauritz (H&M), solo per citare alcuni dei brand low cost. Ad oggi, quello che ormai è divenuto il gruppo Indetex, la più nota catena industriale di fast fashion al mondo di cui Zara ne è solo la primogenita, supera perfino la finanza americana: lo spagnolo Amancio Ortega stima una ricchezza personale superiore a quella di Warren Buffett, imprenditore ed economista statunitense, e si posiziona subito dietro Bill Gates, che di certo non ha bisogno di presentazioni.

Credit Photo: www.unilad.co.uk
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I love fast fashion

Il fast fashion, nato negli anni ’90, fa i verso al celebre film “I love shopping”, in cui Backy, la giornalista indebitata fino al collo, è il ritratto esasperato (ma non per forza) dell’acquirente odierna. La prima casa di moda a giocare sulla produzione di capi basici, ma di molti colori e dai costi accessibili, fu Benetton, dando vita alla cosiddetta moda veloce. Il fast fashion altro non è che il riassunto di una moda democratica e che permette a chiunque di poter essere al passo con le tendenze dettate dal fashion system. Quello che, però, fa leva sullo shopping compulsivo di cui ogni donna degli anni 2000 è affetta, riguarda la conseguente fine delle collezioni dettate dalle Fashion Week: non esistono più le collezioni primavera/estate e autunno/inverno, bensì esistono collezioni settimanali (Zara assortisce i propri scaffali due volte in una settimana) pronte a lasciare velocemente il posto ad altre. Questo meccanismo, che in termini di marketing prende il nome di economia della scarsità, pone fine alla motivazione principale dello shopping che identificava l’abito in qualità di capo che deve durare nel tempo, per lasciare il posto ad una nuova concezione di acquisto: presto non avrò più bisogno di questo capo ma di uno dei nuovi. Questo concetto è facilmente identificabile in una scena che vede protagoniste noi tutte ed è quel momento in cui ci si concede due giorni per valutare se acquistare o meno un capo e, quando ormai si è disposte ad acquistarlo, non c’è più. Di certo la prossima volta non ci si lascerà sfuggire l’occasione persa, ed è su questo meccanismo psicologico che puntano tutte la catena dei marchi low cost.

Credit Photo: thehighlow.com
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10.000 nuovi prodotti ogni anno sono quelli che riesce a fabbricare Zara, producendo e distribuendo i suoi capi in sole due settimane, a discapito dei sei mesi della sua concorrenza. Cioè nonostante i capi messi a disposizione dal competitor per eccellenza, traggono tutti ispirazione dal prêt-à-porter e reggono anche il confronto qualità-prezzo. In questo modo Zara soddisfa ogni aspetto, da quello puramente commerciale fino all’occhio clinico delle fashion victim, le quali si cibano di riviste e siti internet all’ultimo grido, su cui però Zara non appare.

L’importanza della comunicazione

Nè una campagna pubblicitaria. Né volantini sparsi per le strade del centro delle grandi città. Alcun cartellone pubblicitario, annuncio tivù o radio. Ciò nonostante i sacchetti in carta blu col marchio Zara (neanche troppo fini) sembrano camminare da soli e, di certo, hanno invaso le nostre case: il sogno di ogni imprenditore che si realizza. Di tutta risposta, non vi è nemmeno l’ombra dei risvolti negativi presenti all’interno delle aziende low cost. Non vi è confusione tra gli scaffali, vi sono commessi disponibili all’aiuto e, da qualche anno, addirittura Zara garantisce un servizio di personal shopper. Il segreto dell’azienda leader nel mondo del low cost, infatti, è concreto e si può toccare con mano: nonostante le sue ampie dimensioni aziendali, la struttura manageriale resta molto semplice e ogni addetto svolge una serie limitata di compiti, quelli che gli competono.

Ad oggi resta solo un dubbio sul nostro negozio di fiducia: da quando i punti Zara sono stati ristrutturati è possibile notare una totale assenza di specchi di fianco agli stand e uno sconcertante rincaro dei prezzi. Questo si scontra con la politica aziendale in seguito alla quale, spesso, si acquistano capi senza nemmeno passare dai camerini, ma solo accostandoli alla nostra figura e specchiandoci. Cosa che non faremmo di certo entrando da Pinko. La domanda nasce spontanea: Amancio Ortega avrà ormai intenzione di conquistare la parte elite del fashion system?

[Fonte: stairshd.net]