Stanley Kubrick ce lo aveva raccontato a modo suo, guardando in alto, nello spazio profondo, e lontano, alle origini dell’uomo. Quello che il Maestro britannico nel 1968 non poteva prevedere è che quell’omerico 2001 avrebbe rappresentato un’annata cinematografica tra le più variegate ed esaltanti dal Dopoguerra in poi. Un turbinio di immagini, suoni ed emozioni in cui una Hollywood ancora invulnerabile regalava l’intatta illusione di uno sviluppo tecnico e intellettuale apparentemente illimitato.

Un settembrino martedì mattina infatti – mentre le signore guardavano Uomini e Donne o Sentieri, i ragazzi le repliche di Non è la Rai e i più piccoli la Melevisione – un’edizione straordinaria dei TG nazionali annunciava anche a noi che l’11 settembre non sarebbe più stato sui libri di storia solo per il golpe militare di Pinochet in Cile del 1983, ma anche per uno degli attentati più sanguinosi della storia recente del mondo occidentale. I bambini inizieranno a crescere sentendo parlare di George W. Bush e Osama Bin Laden, i più grandi faranno la conoscenza dei vari Colin Powell, Donald Rumsfeld e il Mullah Omar. Eppure, quella sera, la UEFA eviterà incredibilmente di annullare la prima giornata di Champions League, che si gioca (c’è anche un Roma-Real Madrid) in un clima irreale dentro e fuori dai campi.

Nel frattempo tuttavia, si diceva, il cinema non se la passa affatto male. Dopo aver riscoperto il kolossal – Oscar 2001 a Il Gladiatore e a Russell Crowe – l’anima spettacolare di Hollywood lancia tre saghe che rimarranno, per ragioni differenti e in modalità diverse, negli annali. Una, nell’arco di pochi anni – anche per motivi fatali ed extra-cinematografici – entra nel mito col suo gioioso carico di testosterone, motori e un pizzico di trash: Fast & Furious. Le altre due invece diventeranno entrambe pietre miliari del fantasy, rilanciando alla grande il genere, anche grazie a un impiego della tecnologia mai visto prima: Peter Jackson compie la titanica impresa di portare sul grande schermo Il Signore degli anelli, romanzo pubblicato da J. R. R. Tolkien nel ’54, mentre Chris Columbus, già regista di Mamma ho perso l’aereo, ci regala il primo capitolo di Harry Potter, che farà impazzire, anche nel decennio successivo, grandi e piccini, e che ci farà sentire un po’ tutti babbani.

[Ph. Credits: 14.mirror.co.uk]
[Ph. Credits: 14.mirror.co.uk]

Il primo anno del nuovo millennio si apre però in maniera positiva anche sul versante autoriale, con una manciata di opere da ricordare. Quel magnifico folle di David Lynch si supera con Mulholland Drive, toccando nuove vette criptiche (andrà ancora oltre un lustro dopo con Inland Empire); i fratelli Coen, prima di una flessione fisiologica, tirano fuori dal cilindro il notevole L’uomo che non c’era, magistrale meditazione sul destino; Richard Linklater ci regala quel capolavoro di tecnica e sceneggiatura che è Waking Life (fatelo vedere alle persone che amate); un certo Richard Kelly gira Donnie Darko, pellicola indipendente che inizierà a far parlare di sè tre anni dopo, grazie al passaparola, e che ancora oggi non smette di farlo.

A graffiare, quell’anno, è anche l’ultimo film di Ted Demme – nipote di Jonathan – prima della prematura morte dell’anno dopo: Blow, biografia del signore della droga George Jung, diventa in poco tempo un cult ed espone uno dei migliori Johnny Depp di sempre. Non incontra invece l’unanime favore della critica A.I. – Intelligenza Artificiale, l’estremo sogno di Kubrick portato sullo schermo da uno Spielberg coraggioso e tecnicamente in stato di grazia. Tuttavia, il motivo principale per cui viene ricordato oggi A.I. è nel volto di Haley Joel Osment, ex enfant prodige di Hollywood che si eclisserà, come molti, troppi, altri in un batter d’occhio. Sempre rimanendo lontani dalla categoria blockbuster (che include il polpettone Pearl Harbor, il tutt’altro che necessario remake americano di Apri gli occhi, Vanilla Sky, e il dimenticabile terzo capitolo di Jurassic Park), c’è spazio anche per il colpo di genio del 32enne Wes Anderson – I Tenenbaum – e la migliore opera animata dell’anno, La città incantata, ennesimo capolavoro di Hayao Myazaki. Non rimangono scoperte nè la casella musical (Moulin Rouge!, di Baz Luhrmann) nè quella horror (The Others, di Alejandro Amenàbar).

A prendersi però, l’anno dopo, i premi che contano sarà A beautiful mind: la biografia firmata da Ron Howard del genio matematico di John Nash – interpretato da Russell Crowe – vincerà l’Oscar per film, regia, sceneggiatura non originale e attrice non protagonista (Jennifer Connelly). Il bis come miglior attore verrà invece negato a Crowe dall’insuperabile Denzel Washington nel suo primo vero ruolo da carogna, in Training Day.

[Ph. Credits: 'A beautiful mind', Roger Deakins]
[Ph. Credits: ‘A beautiful mind’, Roger Deakins]

E tra principi di saghe minori (Ocean’s eleven, Shrek, Il diario di Bridget Jones), sprazzi di comicità di culto o a tema matrimoniale (Zoolander e Il mio grosso grasso matrimonio greco) e mediocri adattamenti di videogame (Final Fantasy e Tomb Raider), faranno la loro comparsa i volti di due giovanotti di belle speranze che in seguito faranno parlare di loro: Christian Bale è il protagonista di American Psycho, Ryan Gosling quello del devastante e sottovalutato The Believer.

Se la passano però piuttosto bene anche gli americani d’Europa, i francesi, che presentano al mondo una ragazza di nome Amèlie, il capolavoro maledetto La pianista (del’austriaco in trasferta Michael Haneke) e Chi lo sa?, ruggito della vecchia gloria Jacques Rivette, in concorso a Cannes. Quell’anno, però, sulla Croisette, succede qualcosa di storico: la Palma d’oro, dopo 23 anni (da L’albero degli zoccoli, di Olmi, che nel 2001 firma Il mestiere delle armi), se l’aggiudica un’opera italiana, La stanza del figlio morettiana.

Se c’è in effetti una scuola messa meglio di quella dei cugini d’Oltralpe, in ambito europeo, è la nostra. Oltre a Olmi e Moretti, escono Luce dei miei occhi (di Giuseppe Piccioni), Da zero a dieci (seconda e finora ultima volta di Ligabue dietro la macchina da presa) e L’uomo in più, esordio di un 31enne napoletano di belle speranze: Paolo Sorrentino. Lo ritroveremo qualche anno dopo, in un teatro di L.A., a ringraziare i Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona.

[Credits Cover: Mulholland Drive, Peter Deming]