Si dice che la speranza sia l’ultima a morire. Sarà, ma Jessica Ainscough è morta con lei quel maledetto giorno, quando tutto ha trovato fine dopo una lunga e sofferta battaglia che l’ha vista impegnata negli ultimi anni a sconfiggere un rarissimo male.
Jess, così come i suoi amici la chiamavano, era una giovane ragazza di appena trent’anni; aspirante modella australiana, all’età di 22 anni, Jess scopre di avere un sarcoma molto raro al braccio sinistro che se amputato le avrebbe consentito una speranza di vita superiore al 70%.

Sarebbe bastato rinunciare solo ad una parte di sé per avere la “speranza” di vivere ancora, sorridere, piangere, gioire. Una nuova vita per una nuova Jess.
Ma lei non voleva rinascere diversa, ciò che l’avrebbe resa veramente felice sarebbe stato solo riavere indietro la sua vecchia vita, quella grazie a cui ha vissuto con spensieratezza gli anni più belli della sua gioventù. Inutile l’insistenza da parte dei medici che l’hanno seguita nel lungo decorso della malattia, la modella australiana non avrebbe mai ceduto il suo braccio al “male” rifiutando in toto i metodi di cura più tradizionali. Scelta discutibile se si pensa che Jess abbia rifiutato una cura medica risolutiva (seppur drastica), solo per amore del proprio corpo e della carriera di modella. Ma quale vita “infelice” può esser definita degna di essere vissuta? E Jess questo lo aveva previsto. Senza il suo braccio niente sarebbe stato più come prima.

Ecco perché decide di rifugiarsi in metodi alternativi, come quello propriamente detto “Gerson“, dal nome del medico tedesco che lo ha elaborato. Trattasi di una terapia alternativa (molto costosa) per il trattamento di una variegata serie di patologie, tra cui i tumori, e la cui prassi prevede l’ingerimento di un frullato ogni ora e cinque clisteri di caffè al giorno. Anche la madre (morta poco prima della giovane Jessica) era malata di cancro, e come lei si era rivolta al controverso metodo per sconfiggere un brutto cancro al seno. Nulli i risultati della terapia in questione che nel giro di pochi mesi si è rivelata un vero e proprio fallimento per la povera Jess, che in tutti questi anni l’aveva sostenuta facendo della sua esperienza quasi una professione, una causa, e divenendo famosa come The Wellness Warrior – La guerriera del benessere.

La convinzione di farcela sarebbe derivata proprio dall’idea che attraverso questa cura (tra l’altro priva di riscontri scientifici) l’organismo si sarebbe “purificato” dalle tossine che alimentano il male, attribuendo un ruolo importante al fegato nel processo di guarigione in quanto organo secernente la bile (l’unico liquido in grado di accelerare l’espulsione delle sostanze dannose). Ecco perché la somministrazione del caffè tramite clistere si sarebbe rivelata fondamentale per il trattamento, perché la caffeina, nota per le sue qualità stimolanti, avrebbe contribuito ad una maggiore produzione della bile.

Forse la disperazione o semplicemente il non accettare un cambiamento così radicale della propria esistenza: cosa spinge la gente a credere che frullati e caffè possano salvare la vita? Scriveva Jess: “Quando siamo aperti e in uno stato di fiducia e speranza, allora appaiono davanti a noi le persone, le situazioni e gli strumenti più giusti”. Credere di poter guarire, quindi, sperare che tutto vada per il meglio, si è rivelata ben presto quale unica medicina dell’anima per la giovanissima modella, l’unica in grado di donarle la pace, seppure con la consapevolezza di doverla pagare, prima o poi, con una morte prematura.

[Fonte Cover Photo: www.annemariegianni.com]