L’Ice Bucket Challenge, di cui ci ha parlato anche Fabio Stelluti qualche giorno fa con questo post, spiegandoci quando è che il social fa bene alla beneficenza, è ormai cosa nota a tutti (se non sapete di cosa si tratta, informatevi, è sulla bocca di tutti), ed è di fatto diventato il vero tormentone dell’estate 2014, anche se è da sottolineare che non si tratta di un semplice modo per farsi quattro risate, ma ha alle spalle la sensibilizzazione e la ricerca di fondi per la lotta alla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA).

A proposito, prima di continuare, invito tutti ad effettuare una donazione per sostenere la causa, direttamente online sul sito dell’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) o su quello dell’ASL Association.

Detto ciò, i fattori e le posizioni da esaminare sono tanti. Partiamo però da un presupposto, ogni estate ha il suo tormentone. L’anno scorso era, come riporta Linkiesta, l’Harlem Shake; quest anno è quello delle secchiate d’acqua gelida. E qui troviamo la prima differenza e la prima atipicità, perché la tendenza diventata virale in questa ormai al capolinea estate 2014, ha differenza dell’Harlem Shake, il cui senso era proprio il non avere senso, ha alle spalle uno scopo nobile e benefico.

Le posizioni sull’Ice Bucket Challenge sono state principalmente due, con diverse sfumature emerse col passare del tempo. Ci sono i favorevoli, che sposano la causa, e quelli che invece vedono la cosa in modo molto critico.
Sulla prima posizione non c’è molto da dire, è quella di tutti coloro che hanno sposato l’iniziativa, si sono rovesciati un secchio d’acqua e ghiaccio sulla testa, e hanno fatto una donazione, o almeno si spera.

Ice Bucket Challenge, tante critiche

Tante, invece le lamentele. In primo luogo chi fa riferimento alle altre malattie, come a dire perché per la SLA si e le altre malattie no? Ce ne sono di altrettanto importanti. Poi ci sono quelli coloro che vogliono espressamente meno secchiate e più assegni staccati e ricevute di donazioni. Addirittura c’è chi se la prende perché Tizio ha sfidato Caio anziché qualcun altro.

Cerchiamo di spiegare queste posizioni: che l’iniziativa abbia avuto tale successo non dipende solamente dalla particolare malattia che c’è dietro, ma dal capolavoro social che c’è stato e dalla viralità che ha ottenuto il fenomeno delle secchiate. Per dirla in altre parole, sarebbe potuta essere l’AIDS l’oggetto della ricerca fondi al posto della SLA, e la diffusione dell’iniziativa molto probabilmente non sarebbe cambiata. Non per stabilire una gerarchia tra le diverse malattie, ma per il semplice fatto che, grazie anche all’eco dato all’Ice Bucket Challenge da personaggi famosi di ogni ambiente, dallo sport al cinema, ha reso impossibile ignorare il fenomeno, e lo avrebbe fatto a prescindere dalla malattia per cui si operava un’azione di sensibilizzazione.

Chi poi vuole più ricevute e meno secchiate, non ha ben capito che proprio le secchiate (e mi devo ripetere) hanno conferito la viralità che ha ancora all’Ice Bucket Challenge, dato che non penso proprio che così tanta gente avrebbe gradito un’invasione di video con persone che mostrano ricevute o staccano assegni, per quanto lo scopo sarebbe stato altrettanto nobile. Proprio l’essenza insolita dell’azione, unita alla sua diffusione e al fatto di creare engagement invitando altre persone, ha fatto sì che il fenomeno sia finito sulla bocca di tutti.

LA viralità perfettamente esemplificata

Dovendo spiegare a qualcuno cosa significhi viralità, l’Ice Bucket Challenge sarebbe un esempio perfetto. Un’azione portata avanti via social, partita (se per gioco o dietro una strategia non si sa, ma non è poi tanto importante) da poche persone, e capace di generare, grazie alla forza di internet, milioni di contenuti nel giro di poche settimane. In questo caso però non è una viralità banale come è stato in altri casi, ma ha dietro anche lo scopo più nobile di tutti, la volontà e l’incentivazione ad aiutare il prossimo.

Quando alla parola virale può essere data anche una connotazione positiva.

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