Dietro ogni ciak c’è un mondo narrativo fatto di immagini e bozzetti, che sul set prendono vita regalandoci scene e sequenze indimenticabili. Prendiamo “Psycho” di Hitchcock. Forse non tutti sanno che dietro la celebre scena della doccia, oltre al genio del Maestro del brivido, c’erano anche le centinaia di disegni realizzati da Saul Bass. C’era cioè un progetto visivo che a partire dalla sceneggiatura disegnava su carta le oltre 70 inquadrature che sarebbero poi state girate con la macchina da presa. Ecco cosa è lo Storyboard. Un termine anglosassone che letteralmente, si può tradurre con “tavola della storia” ma che è più corretto definire come “sceneggiatura disegnata”; il momento in cui le parole dello script diventano un racconto per immagini: inquadratura per inquadratura, taglio per taglio, movimento per movimento, prende forma la pre-visualizzazione grafica di tutto quello che andrà poi sulla pellicola. Privo di velleità artistiche, lo storyboard in realtà è uno strumento soprattutto tecnico, frutto di un dialogo continuo tra il regista e lo storyboard artist finalizzato a individuare il modo migliore di girare una scena, tenendo conto di tutti i problemi, i vincoli e i requisiti che la produzione della stessa richiede: dai movimenti di macchina alla recitazione, dalla scenografia al tipo di atmosfera e agli effetti speciali, ecc.

Se oggi è molto utilizzato nell’ambito della pubblicità, è la settima arte che ne ha scoperto le potenzialità. La sua nascita coincide con quella dello studio-system hollywoodiano. Fu Webb Smith a disegnare, negli anni ’20, il primo canovaccio di immagini per i cartoni animati della Disney; a sdoganarlo invece Orson Welles, che nel 1941 fece disegnare per intero il suo “Quarto Potere”. Nella pre-produzione, fase cruciale del fare cinema, affidarsi alle potenzialità dello storyboard è ancora adesso una priorità assoluta per molti filmakers e registi di grande calibro. Anche dietro “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone, presentato all’ultimo Festival di Cannes, c’è uno storyboard, che porta la firma di Davide De Cubellis, talentuoso illustratore e storyboard artist che da anni muove la sua matita tra fumetti, cinema e tv. De Cubellis ha collaborato con la maggior parte delle case di produzione cinematografiche e pubblicitarie italiane, affiancando registi come Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Marco Risi, Sergio Rubini. E nel suo ricchissimo curriculum non sono mancati neppure cineasti di fama internazionale come Wes Anderson e Guy Richie. Il Giornale Digitale ha avuto il piacere di raggiungerlo per farsi raccontare i segreti del “cinema disegnato” ma soprattutto per scoprire il grande lavoro che c’è stato dietro la pellicola di Garrone, un kolossal fantasy a tinte dark che rivisita in chiave moderna alcune fiabe scritte da Giambattista Basile e raccolte nell’opera seicentesca Lo cunto de li cunti.

Credits: Davide De Cubellis
Credits: Davide De Cubellis

Partiamo subito da “Il racconto dei racconti”, un film audace che esce fuori dalle convenzioni e dagli stereotipi che caratterizzano il nostro cinema. Che esperienza è stata far parte del team produttivo di questa pellicola?

È stato un privilegio, soprattutto considerando che io intervengo solitamente in fase di pre-produzione, dove tutto (o quasi) è ancora possibile e pertanto immaginabile. In quel caso specifico l’enorme potenzialità del progetto era sottesa dal genere, tanto lontano da ciò che gli italiani sono abituati ad affrontare, dal cast internazionale, le eccellenze chiamate a parteciparvi come Peter Suschitzky, e il massiccio impiego di CGI, che avrebbe avvicinato la produzione al tanto anelato sistema hollywoodiano. Non ultima, per me, la grandissima emozione e l’onore di lavorare sull’opera di Basile. In soldoni entravi nell’ufficio che utilizzavamo per le riunioni, venivi travolto dalle foto delle location, del casting, le “reference”, i bozzetti delle creature fantastiche ed emettevi un “ohhhh”.

Quali sono state le complessità maggiori che hai incontrato nel dare vita allo storyboard di un film del genere? C’è una scena in particolare che ti ha messo in difficoltà?

Mi ha messo un po’ in difficoltà una sola scena, perché serviva per i sopralluoghi del giorno dopo e comprendeva più di 150 inquadrature: generalmente un bravo storyboard artist produce non più di 50 frames al giorno. Quindi parliamo di difficoltà molto pratica e contingente. Ma in cordata col regista e per buona parte insieme al direttore della fotografia, non affronti mai passi troppo pericolosi, soprattutto se sei uno scalatore con un minimo d’esperienza. La difficoltà generale, per produzioni di questo tipo e relativamente allo storyboard, sta nel non complicare scene che necessitano di controllo, affinché il lavoro di postproduzione non diventi lungo e troppo oneroso. Tutto il resto è coerenza e rigore.

Storyboard "Il racconto dei racconti" / Credits: Davide De Cubellis
Storyboard “Il racconto dei racconti” / Credits: Davide De Cubellis

Nella tua professione è fondamentale la sinergia di idee con il regista. Come ti sei trovato a lavorare con Matteo Garrone?

La sinergia di idee è fondamentale, ma ancor più importante è il sapersi declinare secondo le esigenze del regista. Matteo mi ha chiamato chiedendomi esplicitamente di mantenere una regia accademica, in modo che poi potesse partire dalla base prestabilita per seguirla o allontanarsi assecondando le proprie esigenze espressive, la propria dialettica stilistica. Matteo è un uomo passionale e un “intellettuale organico”. In fase di lavorazione sa ascoltare, altrimenti non avrebbe bisogno di lavorare a una previsualizzazione, ma come tutti i bravi registi sa anche cogliere con facilità quale direzione prendere.

Come nasce materialmente lo storyboard di un film? Quali sono gli step del processo che dal disegno porta al set?

Di solito si lavora insieme al regista, discutendo le scene lette in precedenza (o al momento, se si sale in corsa). In base alle esigenze di regia e di produzione, si stabiliscono i tagli e i movimenti di macchina, qualche volta ragionando anche sul montaggio. È importante specificare che le esigenze di produzione spesso contrastano quelle di regia e i motivi possono essere innumerevoli, a partire dalla location, il costo di produzione, la quantità di attori da coordinare in una sequenza, il piano di lavorazione ecc… Quindi ogni scena si costruisce su un punto d’equilibrio fra l’optimum e il fattibile, assecondando il più possibile le intenzioni del regista. Lo storyboard artist abbozza le inquadrature durante le riunioni e successivamente le finalizza, in modo che possano acquisire chiarezza e leggibilità per diventare una base di dialogo fra i vari reparti. Lo storyboard può finire in mano a chiunque e quindi deve risultare il più chiaro possibile. Un tempo si preferiva lavorare a matita, perché facile da modificare e da riprodurre in fotocopia: oggi la tecnologia e in particolare il digitale ci permettono la stessa agilità. Fra il disegno appena abbozzato e la scena finita intercorrono molti altri passaggi di produzione e tutto può cambiare. Il budget è quel grande e unico fattore fondamentale che consente di indugiare sulla pre-produzione di una scena tanto da pianificare, metabolizzare, poi modificare ancora e maturare, infine seguire ogni decisione senza alcun cambio di programma.

Storyboard "Il racconto dei racconti" / Credits: Davide De Cubellis
Storyboard “Il racconto dei racconti” / Credits: Davide De Cubellis

Una volta arrivati sul set, in che misura lo storyboard è vincolante per un regista? O lascia un certo spazio anche all’improvvisazione?

Lo storyboard è frutto di un inarrestabile processo di ricerca e non è mai un vincolo. Un’intera scena o una pagina o un singolo frame scartati valgono tanto quanto le pagine, le scene e i frames che vengono mantenuti, perché tutti servono in egual misura a perseguire questa ricerca. Ogni schizzo è uno step di questo processo.

Può definirsi arte quella dello storyboard cinematografico o si tratta di un mero disegno tecnico?

Un film è solo tecnica o anche arte? Salvatores, parlando di storyboard in un incontro per le Giornate degli Autori al Festival di Venezia, ha dichiarato che ogni addetto partecipa con la propria arte alla costruzione corale del film, ovviamente sotto la direzione del regista. Sono d’accordo e aggiungo che lo storyboard è anche e sicuramente uno strumento tecnico, perché chi fa storyboards deve padroneggiare e sapersi ben esprimere col disegno (la componente artistica), ma deve soprattutto avere un “forte senso dell’inquadratura”, conoscere il linguaggio cinematografico e le regole del produrre Cinema.

Storyboard spot Tim Next / Credits: Davide De Cubellis
Storyboard spot Tim Next / Credits: Davide De Cubellis

Come è cambiata la professione dello storyboarder con l’uso del digitale e di tecnologie sempre più sofisticate?

Come quella delle altre professioni del disegno. Grandi agevolazioni se si usa la tecnologia per snellire il lavoro; grande perdita di spontaneità o di personalità se la si usa male.

Come si diventa uno storyboard artist? Qual è stato il tuo percorso e che consiglio daresti a tutti i giovani aspiranti storyboarders italiani?

Innanzitutto fuoco sacro e caparbietà. Giusti maestri e tanta voglia di imparare rubando ovunque: film, documentari, inserti speciali, libri, saggi, manuali. Un po’ d’incoscienza giovanile e, come in tutti i settori, quella buona dose di equilibrio fra occasioni conquistate e occasioni capitate. Il disegno è sempre un fatto di testa. Ma il lavoro, soprattutto nel nostro paese, è anche un fatto di fortuna. La mia iniziale è stata quella di incontrare i giusti maestri; tutto il resto è stato “traspirazione”.

Rispetto all’estero, in Italia lo storyboard è sempre stato uno strumento poco utilizzato dal cinema. È ancora così o possiamo aspettarci un’inversione di tendenza?

Possiamo e dobbiamo sperare in un’inversione di tendenza. Oltre ai nostri retaggi culturali, il cinema italiano deve crescere facendo i conti con due importanti e anziani genitori: il neorealismo e la commedia all’italiana. Ma per la prima volta, in occasione del festival di cinema più antico del pianeta, hanno ospitato al Lido una mostra sullo storyboard: se questo non fa sperare…

Storyboard spot Heineken e Mazda / Credits: Davide De Cubellis
Storyboard spot Heineken e Mazda / Credits: Davide De Cubellis

Hai lavorato come storyboard artist per molti registi di fama internazionale. Qual è stata l’esperienza che ti ha segnato maggiormente?

Forse The Life Aquatic with Steve Zissou di Wes Anderson, dove non ho lavorato come storyboard artist, ma come sketch artist e illustratore. Ero giovane, mi trovavo per la prima volta in una produzione internazionale: tutto sembrava possibile e quella piccola fiamma che covavo nel cuore era finalmente divampata in un incendio. Certo, poco dopo ho dovuto fare i conti, come tutti, con l’esodo delle grandi produzioni americane da Cinecittà.

Qualche settimana fa sul nostro giornale abbiamo pubblicato uno “speciale fumetto”. Tu lavori tra cinema e nona arte. Quali sono le differenze sostanziali e i punti di contatto tra questi due linguaggi?

Il Fumetto può permettersi ancora di scorrazzare più liberamente in un territorio privo di limiti creativi e produttivi. Per il Cinema servono molti più soldi (al netto delle profezie di George Lucas), il che implica in un grosso limite. Non a caso oggi il Cinema attinge sempre di più dal Fumetto.

A cosa stai lavorando in questo periodo?

Qualche spot italiano e qualche spot per il mercato giapponese, un paio di mini produzioni cinematografiche, una storia di Martin Mystère (al momento in stand by) e le docenze per IDEA Academy, neonata scuola romana che vede Anthony Christov (art director e production designer Pixar) come direttore didattico.