Avevamo aperto col botto: con un Golden Globe conquistato (preludio a uno storico ma annunciato Oscar) e la presentazione al mondo di uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, quel Capitale umano di Virzì escluso – un po’ a sorpresa – dalla shortlist dei Globes e degli Academy. Finiamo sorprendendo: con il primo, vero, fantasy italiano prodotto per il grande schermo, Il ragazzo invisibile, colpo di coda di un autore – Salvatores – che scaccia con prepotenza lo spettro della fase calante. In mezzo, ci sono i soliti noti: tanta commedia (sempre più affascinata dalla sociologia), qualche sorpresa positiva e un bel po’ di minestra riscaldata. Il 2014 del cinema italiano, insomma, in due parole.

Ad onor del vero, un riconoscimento lo abbiamo anche avuto, con Le Meraviglie di Alice Rohrwacher che si aggiudica il Grand Prix della Giuria a Cannes: un premio, consegnato alla regista d’origine toscana da due parole che sono sinonimi del cinema italiano (Sofia Loren), conquistato dall’unica opera nostrana in gara all’ultima rassegna transalpina. Come spesso capita, però, il successo di critica (sostanziale, perchè oltre che a Cannes, il film piace agli esperti) cozza con quello di pubblico: Le Meraviglie, su territorio italiano, incassa appena 936 mila euro, una cifra abbondantemente inferiore alla media.

Se vogliamo cercare invece la coincidenza, anche parziale, tra pubblico e critica, dobbiamo tornare a febbraio, quando arriva nelle sale Smetto quando voglio, il primo lungometraggio del 32enne campano Sydney Sibilia. Gli oltre 4 milioni guadagnati al box-office fanno il paio col giudizio mediamente positivo ricevuto dalla critica. Non parliamo certo di un capolavoro, meglio chiariare: considerati però vari aspetti dell’opera – dal ritmo alla fotografia, fino alla colonna sonora – è evidente che ci si trovi dinanzi a un film che passa una volta ogni tanto.

La casella coraggio è stavolta occupata da Gabriele Salvatores: non tanto per il genere affrontato, il fantasy, tra l’altro accompagnato da una struttura narrativo-poetica di certo impegnata, quanto per il ricorso a un campo, gli effetti speciali, con cui la produzione tricolore sembrava essere ferma ai tempi di Fantaghirò. Nulla che si avvicini ad Avatar, chiaro, ma il loro utilizzo, nè troppo timido nè debordante, all’interno dell’opera è segno di maturità, oltre che della già accennata audacia del regista. La buona riuscita de Il ragazzo invisibile è parte vitale del processo di modernizzazione non solo dell’apparato puramente tecnico degli FX italiani, quanto della loro funzionalità all’interno delle storie raccontate.

Si giunge infine al genere che, inutile specificarlo, ci contraddistingue: mai come nell’ultimo biennio la commedia prodotta nel Belpaese ha raggiunto termini quantitativi così elevati. Si è puntato sulle accoppiate inedite: De Sica e Papaleo, Papaleo e la Cortellesi. La quale, in stato di grazia in questo capitolo della propria carriera, è cercata da tutti: ecco allora le combo Cortellesi/Verdone e Cortellesi/Bova. Ci sono dunque i soliti noti a timbrare il cartellino, da Bisio a Giallini (e il successo di Tutta colpa di Freud), da Salemme al diabolico Vanzina, autore addirittura di una doppietta. Nessuno degli esempi appartenenti a tale filone, prodotti in quest’annata, passerà alla storia, siamo piuttosto al cospetto del Festival dell’ordinaria amministrazione, corredato, come di consueto, da opere gradevoli, graditi (più o meno) ritorni e qualche esordio non proprio promettente.

Insomma, fra tradizione e (un minimo di) innovazione, a noi il 2014 del cinema italiano non è dispiaciuto.

Per gli insoddisfatti, invece, occorre attendere ancora poco: nell’imminente 2015 ci aspettano i ritorni di Garrone, Sorrentino e Moretti.

[Ph. Credits: Jérôme Alméras]