Quando arrivano i mondiali di calcio l’inno nazionale risuona ovunque, dalle piazze al salotto di casa. Ma chi può dire di conoscere davvero “Fratelli d’Italia”? Pochi, pochissimi. La maggior parte degli italiani non riuscirebbe ad andare oltre la prima strofa, quella più nota, quella che sentiamo cantare nelle occasioni ufficiali. Eppure, sarà che ne ignoriamo il testo, come e perché sia nato, ma negli ultimi tempi, sembra rinata la passione tra gli italiani e il loro inno. Lo cantiamo tutti a squarciagola, anche i calciatori della Nazionale prima delle partite, rei in passato di aver fatto scena muta. Però c’è sempre chi lo critica, chi lo disprezza, chi sistematicamente vuole sostituirlo con il Và pensiero di Verdi. Ma l’inno scritto da Goffredo Mameli e musicato – in una sola notte, si racconta – da Michele Novaro nel lontano 1847, resiste da 167 anni, anche se nella sua dimensione “provvisoria”, sancita all’indomani della nascita della Repubblica. Perché da allora nessun atto formale lo ha mai inserito a tutti gli effetti nella nostra Costituzione.

“Tutti gli uomini di una nazione sono chiamati, per la legge di Dio e dell’umanità, ad essere uguali e fratelli” – Giuseppe Mazzini

“Evviva l’Italia”. Iniziava così l’inno nella prima stesura, scritta dal giovane Mameli nel settembre 1847. Poi, il poeta romantico, fervente mazziniano, cambiò idea, chiamando “Fratelli” gli italiani a cui dedicò il suo Canto. Quando l’inno nasce, l’Italia come nazione unita, ancora non esiste. Era un sogno, forse un’utopia. Dietro quell’incipit così vigoroso c’è la speranza di uomini e donne stanchi di sentirsi “calpesti e derisi”. Da secoli la Penisola è frammentata in una miriade di staterelli governati da dispotiche monarchie straniere, solo “un’espressione geografica” per dirla alla Metternich. Con quel suo «Fratelli» iniziale”, il Canto degli Italiani (questo il titolo originale), invece, inneggia al riscatto dell’orgoglio ferito. Perché dopo anni di umiliazioni e sofferenze («siamo da secoli calpesti, derisi, perché siam divisi»), l’Italia ha il dovere morale di «far libero il suolo natìo» e per i suoi figli è giunto il momento di combattere per essere finalmente un unico popolo, sotto la stessa bandiera. E per far questo serviva un inno che avesse la stessa fierezza della Marsigliese francese, ma con chiari riferimenti alla dottrina mazziniana dell’Italia unita.

Siamo alle porte del celebre ’48 e della cacciata degli austriaci. Non passano pochi mesi dalla sua nascita, che l’inno di Mameli lo si sente già risuonare per tutta la Penisola: da Napoli a Palermo fino alle barricate degli insorti milanesi delle Cinque giornate. Fu intonando il poema musicale del «vate guerriero» che Garibaldi guidò i suoi “Mille” alla conquista dell’Italia meridionale. Mameli era già morto da tempo, ma le sue parole erano più vive che mai. E lo furono anche nei decenni successivi nonostante l’ostracismo dei Savoia che gli preferirono la Marcia reale di Gabetti. Nessuna ufficialità è riconosciuta ai versi di Mameli neppure durante il ventennio fascista e nel Governo Badoglio, post armistizio, che, invece, eleva La leggenda del Piave a inno nazionale. Divenuta Repubblica per referendum, l’Italia si ritrova così senza inno. Da qui l’adozione “provvisoria”, novantanove anni dopo la sua stesura, del Canto degli Italiani, riconosciuto “ufficialmente” solo nel 2012 da una legge che ne prescrive la conoscenza nelle scuole.

Oggi si discute se sia giusto mantenere un testo così antico e infarcito – secondo alcuni – di pomposa retorica – come simbolo del sentimento nazionale; non sono mancate negli anni originali proposte di sostituzione con pezzi della musica leggera, da Volare di Modugno ad Azzurro di Celentano, o con il già citato capolavoro verdiano. La verità è che forse non ci rendiamo realmente conto del profondo significato di questa “marcetta”, come la etichettano alcuni detrattori. Poche nazioni hanno la fortuna di avere un inno come il nostro, frutto di una travagliata storia che ci ha reso quello che siamo oggi, nel bene e nel male. Non è retorica quel «Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò», se a scriverlo è stato uno che è morto a 22 anni combattendo per un’ideale. Come ogni altro giovane patriota, anche Goffredo Mameli sognava una nazione che si ispirasse ai più alti valori repubblicani: libertà, uguaglianza, amore per la Patria, unione spirituale. E non è un caso se per esortare gli italiani a reagire sceglie l’esempio vittorioso di Scipione l’Africano («Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa»), anziché di Cesare, e non lo sono nemmeno i richiami alla battaglia di Legnano, a Ferrucci, al piccolo Balilla e ai Vespri siciliani. Sì esempi eroici di lotta contro lo straniero, ma anche del popolo che unito combatte – e vince – la monarchia.

Al di là di ogni considerazione sul valore musicale e letterario, ci sono le idee, il coraggio e l’eroismo di quanti sono morti, non solo durante il Risorgimento, perché noi potessimo vivere la nostra Patria. Una Patria che oggi qualcuno rinnega, che altri denigrano. Siamo disposti a dare la vita per il nostro Paese? Oggi forse no. Oggi ci manca la voglia di sacrificarsi che animava i nostri patrioti. Eppure ogni volta che ascoltiamo l’inno di Mameli, ovunque siamo, su un campo di calcio o in una piazza, ci sentiamo davvero parte di una cosa sola, figli di una stessa storia, oltre le differenze geografiche e culturali. Come se fossimo davvero, tutti, fratelli di Italia.