Ovunque le donne lottano per la propria indipendenza, con le proprie voci o con le armi in pugno. Ovunque nel mondo le donne combattono ogni giorno una battaglia, che sia con se stesse, con l’uomo che hanno accanto o con una società che vuole ancora sottometterle appoggiandosi a un regime maschilista e superato. Donne che fanno le donne in un cammino aspro e difficile, ma percorribile con il coraggio di chi vive con la speranza di poter cambiare anche un piccolo sasso sul proprio cammino. La storia di una sola diventa in poco tempo l’esempio per le altre, in una reazione a catena che incentiva il coraggio e la determinazione, per apportare quei cambiamenti sul piano sociale, lavorativo ma soprattutto umano, di cui tutte avvertiamo l’esigenza.

Il 2014 è stato un anno difficile e travagliato per le donne di tutto il mondo e le storie che si sono susseguite sul web hanno dimostrato che il sopruso e l’ingiustizia hanno spesso prevalso, così come la morte e la sofferenza. Bastano quattro parole per riportare alla mente l’evento che ha sconvolto il mondo lo scorso 14 aprile: “Bring Back Our Girls”, lo slogan della campagna mondiale per riportare a casa le oltre 200 studentesse nigeriane rapite da Boko Haram nello stato dl Borno. Un atto di violenza per opporsi con forza all’istruzione delle donne occidentali, avanzando l’idea della donna sottomessa al marito, analfabeta, incapace di rappresentare un pericolo con la sua intelligenza. Non sono però mancati i trionfi, che si sono fatti spazio in un periodo caotico come un bagliore di speranza. È iniziato così quest’anno, con l’attribuzione del Premio Nobel per la pace a Malala Yousafzai, una ragazza pakistana di soli diciassette anni. La più giovane ad averlo mai vinto. Malala combatte per i diritti umani, per difendere il diritto all’istruzione delle bambine nel suo Paese, perché l’educazione, secondo lei, è davvero in grado di cambiare il mondo.

Credits: Pinterest.com
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Con tenacia e convinzione le donne che hanno segnato il 2014 hanno trasformato le paure in atti di coraggio, la sofferenza in atti di rivendicazione e denuncia. Qualcuna di loro ha combattuto per la propria vita, altre hanno deciso di porne fine, portando avanti una battaglia e avanzando un unico ideale: la libertà di scegliere. Rievochiamo così le immagini di Brittany Maynard, la ragazza americana con un grave tumore al cervello che ha scelto la strada del suicidio medicalmente assistito, per porre fine alla sua sofferenza. Qualcuna di loro ha lottato per la vita degli altri, mettendo la propria in bilico su un sottilissimo filo, cadendo con coraggio o sopravvivendo con fatica. È il caso di tutti i medici che si sono dedicati alla cura dei malati e in particolare della dottoressa Stella Ameyo Adadevoh, che ha combattuto contro l’Ebola per la salute del suo Paese, perdendo però la sua battaglia con la vita proprio a causa del virus che ha spaventato il pianeta.

In Siria e in Iraq le donne prendono le armi e combattono per difendere il proprio Paese e il proprio popolo una affianco all’altra, dimostrando che non c’è differenza di sesso che tenga, forte o debole che sia, ma solo una marcia in più: il senso di protezione. Qualcuna invece non ha potuto scegliere, soppressa dalla violenza in un mondo in cui la libertà di vivere sembra essere un privilegio e non un diritto, un atto di ribellione, il sogno da inseguire verso un orizzonte ancora lontano. Scorrono così le immagini di tutte le donne vittime di violenza psicologica, sessuale o domestica, rappresentate in questi mesi da due donne per eccellenza: Reeva Steenkamp, uccisa nel 2013 dal compagno Oscar Pistorius, ma il cui nome non vuole essere dimenticato. È stato infatti diffuso l’hashtag #HerNameWasReeva, in memoria di tutte le donne. Lucia Annibali sfregiata con l’acido è stata invece nominato quest’anno Cavaliere della Repubblica da parte del presidente Napolitano. Due storie di morte e di vita che non devono essere dimenticate.

Credits: pinterest.com
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Qualcuna ha combattuto con la propria testa, inseguendo le proprie passioni e salendo i gradini del successo, oltrepassando l’orizzonte e guardando questo mondo dall’alto. Un mondo che non ci vuole solo donne. Ma donne forti e combattenti un po’ per scelta un po’ per necessità, in grado di appropriarsi giorno dopo giorno della libertà di scegliere la propria identità, di non guardare più verso il futuro con occhi bassi, ma prendendo in mano il proprio destino dimostrando che a cambiarlo ci vogliono solo tutte le donne insieme, a costituire un unico remo. Samantha Cristoforetti ha remato verso l’alto, diventando la prima donna italiana inviata nello spazio, così come Fabiola Gianotti, nominata prima direttrice del Cern di Ginevra.

Per un motivo o per un altro, queste donne hanno caratterizzato l’anno che sta per concludersi, lasciando nei nostri ricordi un’immagine, una storia, un sorriso o la rabbia di chi sente un po’ di più, vive un po’ di più con l’intensità di chi combatte ogni giorno per la libertà di essere se stessa senza alcuna costrizione. È arrivata l’ora dei buoni propositi o delle semplici speranze; quello che ci si augura è che la morte di alcune di queste donne non sia stata vana, che il coraggio di molte di loro sia un esempio e che il cambiamento inizi da loro in vista di un 2015 che ci voglia davvero donne.

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