98 titoli tra lungometraggi, cortometraggi e documentari, divisi in varie sezioni e a giudicarli 3.600 ragazzi provenienti da 52 paesi diversi. Sono questi i numeri dell’edizione 2015 del Giffoni Experience. Un’edizione spartiacque che segnerà il punto di arrivo di un festival sempre più proiettato nel futuro. L’anno prossimo sarà finalmente pronta la Multimedia Valley e con essa verrà inaugurato un nuovo corso che punta spedito verso il traguardo dei 50 anni. Sta invecchiando il “Caro Giffoni” come lo chiamano i “suoi” ragazzi eppure nel suo animo resta il festival più giovane che abbiamo in Italia. Ma il Giffoni non è un festival come tutti gli altri. E non lo è mai stato. Giffoni è un’esperienza di vita, lontana dai lustrini e dal glamour delle grandi kermesse internazionali. Un evento che dalla piccola piazza di un paesino della provincia di Salerno con gli anni è diventato una piazza del mondo. Quel mondo fatto di sogni, speranze ed entusiasmo dei migliaia di ragazzi che lo vivono ogni anno. Prima della kermesse ideata da Claudio Gubitosi in quel lontano 1971, il cinema per ragazzi era alla stregua di un cinema di Serie B. Oggi non è più così. Almeno all’estero, perché in Italia la strada per restituire dignità al genere teen purtroppo è ancora in salita. Di tutto questo, a pochi giorni dall’inizio dell’edizione 2015, Il Giornale Digitale ne ha parlato con Manlio Castagna, vicedirettore artistico del Giffoni Experience.

Truffaut nel 1982 disse del Giffoni “E’ un festival necessario”. Oltre trent’anni dopo è ancora così oggi?

Si, credo lo sia sempre di più perché Giffoni rappresenta per i ragazzi un’isola felice, fondamentale per la loro esistenza. Non a caso chi ci scrive si rivolge a noi chiamandoci “Caro Giffoni…” piuttosto che con i nomi delle persone che lo organizzano. Questo per dire quanto per loro sia importante questo festival, quanto sia necessario per la loro crescita, perché gli permette di stare insieme ai loro coetanei, di conoscere il cinema e conoscere anche meglio anche se stessi. Quindi è necessario nella misura in cui è un posto dove i ragazzi trovano la loro identità e un modo per esprimerla.

François Truffaut a Giffoni nel 1982 / Credit Photo: Giffoni Film Festival / Flickr
François Truffaut a Giffoni nel 1982 / Credit Photo: Giffoni Film Festival / Flickr
A un format vincente “cinema + ragazzi” che resiste negli anni corrisponde la mancanza di una cultura e una formazione cinematografica nelle scuole ad esempio. In che modo invece il cinema può aiutare la crescita personale dei ragazzi, e più in generale di un individuo?

Il cinema è l’arte per eccellenza che può aiutare le persone sia a livello terapeutico, a superare certi problemi, sia a formare meglio il sé come persona. Non a caso, tre anni fa, ho scritto un libro che si chiama “Pronto soccorso cinematografico per cuori infranti” che parla proprio di questo: il cinema come cura per i mali d’amore. Ora, al di là della cura dei mali d’amore, nel cinema ritroviamo storie che ci appartengono e che ci fanno comprendere meglio meccanismi che nella vita magari ci sfuggono, altre volte è semplicemente una finestra su un mondo che non avremo mai modo di esplorare. Quindi in tutti i sensi il cinema è una strada maestra verso la conoscenza. Trovo assurdo e vergognoso che non venga studiato nelle scuole e da anni mi batto affinché possa accadere, ma non vedo molti sviluppi in tal senso se non da parte di alcuni docenti che utilizzano il cinema fondamentalmente come strumento per parlare di altro.

Fino a pochi decenni fa il cinema per ragazzi era considerato un genere di scarsa rilevanza. Dalle prime edizioni ad oggi quanto e come ha contribuito il Giffoni Experience ad elevare la qualità e la diffusione del cinema per ragazzi?

Credo che abbia contribuito in maniera davvero poderosa. Negli anni ’70 il cinema per ragazzi era molto edulcorato, infantile, ingenuo, quasi un cinema di “Serie B”, o come uso dire io “figlio di un Dio minore”. Negli anni il mondo si è evoluto, anche quello dello spettacolo e dell’entertainment e logicamente tanti fattori hanno contribuito ad elevare questo tipo di cinema, ma sicuramente Giffoni resta una delle strade principali attraverso cui si è sviluppato questo genere, perché negli anni ha saputo spostare sempre un po’ più in avanti i limiti del cinema per ragazzi facendo sì che un film che fino a qualche anno fa era considerato non adeguato ad un certo target d’età a Giffoni, invece, lo diventasse.

Credit Photo: Giffoni Film Festival / Flickr
Credit Photo: Giffoni Film Festival / Flickr
I film proiettati a Giffoni provengono da tutto il mondo, anche dall’Italia. Qual è lo stato attuale della nostra cinematografia nella produzione di titoli per i più giovani? La sensazione è che da noi manchi ancora qualcosa per essere competitivi.

Una sensazione che purtroppo trova riscontro nella realtà dei fatti. Non esiste assolutamente un cinema per ragazzi in Italia, esistono degli episodi isolati dovuti all’estro di qualche regista ma non c’è una vera cultura del cinema per i giovani come invece c’è in altri paesi del mondo. Penso ai paesi scandinavi dove esistono fondi per il cinema di questo genere, o a paesi che non ti aspetti, come quelli dell’America Latina e dell’Estremo Oriente dove il cinema per ragazzi è un genere con un grandissimo mercato. La punta massima sono però i paesi nordici dove il cinema per ragazzi è visto anche come una sorta di trampolino di lancio per chiunque voglia misurarsi col cinema che conta. Negli ultimi anni il cinema italiano è migliorato tantissimo, abbiamo prodotto grandissimi film, il problema è che l’industria segue due filoni da cui è difficile esca fuori dell’altro: quella del cinema d’autore puro, in cui spiccano i vari Garrone, Sorrentino, Salvatores, Munzi; e quella di un cinema blockbuster, quello della commedia pura sbanca boxoffice. Mancano produttori attenti a questo genere ma, soprattutto, manca a livello strutturale, l’idea e la prospettiva che il cinema per ragazzi sia un cinema essenziale, con un suo senso e una sua forza.

Quella di Giffoni è una realtà che lascia sempre più spazio ai giovani anche a livello organizzativo. Guardando al panorama dei festival italiani, non servirebbe forse uno svecchiamento delle professioni e uno sguardo fresco e nuovo che riporti il cinema tra la gente?

L’Italia non è un paese per giovani, per citare al contrario i fratelli Coen. È un paese dove tutto ristagna in generazioni che hanno già fatto il loro tempo e che quindi sono anche più scollate rispetto a ciò che di nuovo si muove nel paese. Lo svecchiamento servirebbe un po’ dappertutto, anche se ritengo che la giovinezza non rappresenti un valore di per sé, perché ci sono giovani in gamba ma allo stesso modo anche giovani che lo sono meno. D’altra parte è necessario affiancare uno sguardo nuovo perché in molti casi manca proprio un ponte tra fruitore e organizzatore. L’età media dello staff di Giffoni è 30-40 anni, per l’Italia siamo sicuramente una realtà giovane ma se guardiamo all’estero c’è un ricambio generazionale molto più veloce rispetto da noi, con festival internazionali importanti come Toronto o lo stesso Berlino fatti da giovani, spesso anche ventenni.

L'immagine ufficiale della 45esima edizione del Giffoni Experience / Credit Photo: Domenico Manno / Giffoni Film Festival
L’immagine ufficiale della 45esima edizione del Giffoni Experience / Credit Photo: Domenico Manno / Giffoni Film Festival
Il filo conduttore quest’anno è “Carpe Diem”. Un invito a vivere il presente e a cogliere le occasioni e le gioie che si presentano oggi. Come è stato declinato questo concetto nella selezione dei film in concorso?

In realtà nello scegliere i film cerchiamo non farci condizionare molto dal tema dell’edizione, scegliamo i film a nostro giudizio migliori di una stagione senza farci troppi problemi sulla nazionalità, di temi a cui riferirci. Quando però capita di essere indecisi di fronte a due film, allora certo ci chiediamo quale possa essere più in linea col tema dell’edizione. Anche se per noi fondamentalmente il filo conduttore del festival ci serve per ragionare sull’impostazione grafica, sul tipo di ospiti da scegliere, quindi non tanto sulla selezione ufficiale quanto più su quella che è l’esperienza Giffoni. Nella categoria Generator +13 di cui mi occupo, quest’anno ho scelto film “atemporali”, film che vengono da un’altra epoca, ambientati negli anni ’60-’70, che offrono uno sguardo a come eravamo in passato ma che allo stesso tempo mostrano quanto l’essere giovani in quel periodo non era poi così diverso dal come lo si è oggi.

Quest’anno siete alla 45esima edizione. Come vedi il Giffoni tra cinque anni?

Il direttore Claudio Gubitosi in questo periodo ripete spesso che questa è l’ultima edizione del vecchio Giffoni, il nuovo nascerà nel 2016. Non so bene cosa si annida nella sua mente vulcanica per i prossimi cinque anni. Ma una cosa importante va detta: sta nascendo la Multimedia Valley. Chi viene a Giffoni può già vedere i pilastri della nuova cittadella erigersi dal terreno. In qualche modo questa Multimedia Valley farà la differenza nei prossimi anni, creerà una rivoluzione a livello organizzativo di un festival che vedo sempre più proiettato verso le start-up, le opportunità economiche, verso un mondo di lavoro giovanile più forte. E, poi, vedo un Giffoni sempre più fatto insieme ai suoi fruitori, i ragazzi, come già sta avvenendo da qualche anno.

[Credit Foto Cover: Giffoni Experience/Vimeo]