Sono anni che piovono lamentele sulla struttura della scuola italiana: tirando le somme si può dire che essa sia davvero competitiva?
Da ricerche sempre più approfondite emerge che i nostri giovani talenti siano meno preparati dei colleghi stranieri, pur essendo maggiormente oberati di compiti da svolgere una volta ritornati a casa.
La nostra scuola, infatti, ha una incidenza maggiore nella vita degli alunni a causa del carico di lavoro troppo pesante e spesso si rivela sorda alle inclinazioni di ciascuno.
Se si analizza nel dettaglio il metodo educativo italiano potremmo renderci conto che esso è lo stesso da più di 60 anni: le convenzionali lezioni in classe con metodi obsoleti, gli infiniti compiti da svolgere a casa e quasi nessuna attività extrascolastica.

L’Ocse, ovvero l’organismo internazionale di studi economici, ha dichiarato che i quindicenni del Belpaese trascorrono sui libri più o meno nove ore a settimana contro una media di circa 4,9 ore. Cosa pensare dunque quando nei test gli stranieri dimostrino di avere maggiori competenze rispetto ai nostri ragazzi? Naturalmente c’è qualcosa che non torna e con molta probabilità la falla del sistema è qualcosa che si trova a monte, e cioè nel metodo.
In effetti appare pacifico che le metodologie odierne presentino una forte somiglianza rispetto a quelle adoperate dai nostri genitori e addirittura dai nostri nonni: la scuola italiana concentra esageratamente la sua attenzione sul testo, sul nozionismo e su una preparazione pressoché teorica. Quante scuole possono vantare la presenza ed il funzionamento di laboratori? Quante volte i ragazzi hanno l’opportunità di studiare la chimica, la biologia, la fisica e la matematica con mezzi più moderni di una lavagna? Quali sport vengono praticati nelle nostre strutture e quali luoghi di interesse vengono regolarmente visitati dalle scolaresche?
Il dato fornito dall’Ocse va letto tenendo conto dei numeri presentati da ‘Save The Children‘ nell’Atlante dell’Infanzia 2014: nell’ultimo anno l’84,9% dei ragazzi non è andato ad un concerto, il 73,7% non ha visitato un sito di importanza storica, il 72,1 % non è andato a teatro, il 60,8 non ha visto una mostra d’arte e il 50 % non sa cosa significhi leggere un libro. Dati agghiaccianti, specie se si pensa all‘enorme patrimonio culturale di cui si dispone nel nostro Paese.

Cambiare il sistema educativo significherebbe intervenire sensibilmente sulle nostre radici e rivoluzionare una sedimentata tradizione culturale.
I nostri ragazzi sono sempre più distratti dalla tecnologia e dai nuovi mezzi di comunicazione: il libro, inteso come unico e solo strumento di cultura, ha oggi perso il suo fascino e esaurito il suo potere di divulgazione del sapere.
E’ forse necessario svecchiare polverosi metodi educativi e dare più spazio alle attività pratiche e manuali: studiare le materie scientifiche in laboratorio, e soprattutto in compagnia, renderebbe l’apprendimento meno barboso e più accattivante. Avere una struttura sportiva qualificata in ogni scuola renderebbe più semplice individuare talenti dello sport mentre attività artistiche consentirebbero una fioritura dei cantanti, scrittori e attori del futuro.
La realtà è che il ragazzo italiano vive la propria esperienza formativa, già di per se sorda e stantia, nella più totale solitudine: una volta terminate le ore di scuola lo studente corre a casa a rintanarsi per svolgere i compiti assegnati dai professori. E così via per tutto l’anno sino al termine degli studi.
Una scuola così decadente può mai essere all’ altezza di altri modelli? Il ragazzo italiano di media intelligenza sarà mai in grado di capire a fondo le cose? Sembra che i nostri giovani abbiano dimenticato cosa significhi utilizzare le mani e svolgere praticamente un compito che non sia uno scioglilingua da testo scritto.
Ed è proprio qui che si perde l’italiano medio di tutte le età, incapace, non certo per sua colpa, di rendere pratici gli insegnamenti di una scuola da filastrocca.