Qualche giorno fa, in casa mia, si è assistito a un evento storico: io e mia madre abbiamo guardato un intero programma televisivo insieme; qualcosa che non verificava dai tempi di un Sanremo di Pippo Baudo. La trasmissione in questione si chiamava Storie di campioni – Federico Buffa racconta Ferenc Puskàs, un episodio del ciclo monografico dedicato ad alcuni miti del calcio, in onda su Sky Sport ogni due sabati sera. E se Federico Buffa è riuscito a catturare l’interesse di una signora che va per i 60, implacabile seguace di soap latine e contenitori domenicali, allora è innegabilmente vero: il calcio raccontato da Buffa non è solo calcio.

La squadra, d’altronde, è la stessa di Storie Mondiali: le idee di Federico Ferri, giornalista che fa della qualità un marchio di fabbrica, i dati raccolti da Carlo Pizzigoni, il montaggio di Sara Cometti, il tocco unico di Buffa. Ci siamo spostati da uno studio buio e suggestivo a luoghi aperti, ma non importa, l’atmosfera dei racconti è rimasta la solita, appassionata e avvolgente. Si narra di Puskàs sulle note dei Pink Floyd e della colonna sonora di Grand Budapest Hotel (Budapest, guarda caso) di Alexandre Desplat. Storie di campioni è un’esplosione – mai compiaciuta – di cultura, di quella che rispetta i classici ma che è gioiosamente proiettata al futuro.

Sembra banale da dire ma in un solo episodio del programma c’è tutto: il calcio è l’elemento catalizzatore di una lezione interdisciplinare. Si fa anche fatica a definirla lezione, si fa prima forse a chiamarlo viaggio, ma di quelli che ti rendono ogni volta più ricco: Buffa racconta è un viaggio storico. La storia vera, quella con la s maiuscola applicata ai percorsi umani degli individui raccontati; è un viaggio geografico: non è pura scenografia se il guru dell’NBA sceglie di narrare le sue novelle in loco, sia esso Budapest, Lisbona o Belfast. La predilezione per i luoghi piuttosto che per gli spazi ha l’intimo fine di farci toccare con mano quel corso di eventi fatto di strade dissestate e campi polverosi, base di ogni mito del pallone che rotola. E poi, quello che a tratti si rivela il viaggio più interessante, quello linguistico: l’Avvocato riesce nel miracolo di creare un nuovo registro, fatto di stile umile – il mettersi a tu per tu con chi ascolta – e un lessico ricercato, elegantissimo e mai – questa la vera forza – artefatto. Garcìa Marquez non scrive, verga, “Cent’anni di solitudine”. I bambini di Funchal non imitano alla lettera – ma pedissequamente – Cristiano Ronaldo. Buffa sa di rivolgersi a un certo tipo di pubblico: un bacino d’utenza, come lui stesso ha dichiarato, giovane, esigente ed estremamente preparato.

Perchè l’Avvocato, questo è palese, è la perfetta evoluzione dell’aedo: un cantore di gesta eroiche e virtù sovrumane, che tratta in maniera personale, ormai proverbiale, soggetti sempre meno inerenti al mito e più allo showbiz. Una piccola rivoluzione, come quella caravaggesca di fine ‘500, quando il Merisi fece scandalo disegnando, con una luce così speciale da non avere poi eguali, natura morta. Il paragone non sarà dei più pertinenti ma il concetto è chiaro: non è solo quello che si racconta, è anche il come lo si fa.

Storie di Campioni: se anche le mamme adorano Federico Buffa

Buffa riesce ad essere secolare quando si parla di epica ed epico quando si parla di tattica: racconta la crescita fisica di CR7 come fosse l’iniziazione spartana di Leonida o una strategia offensiva dell’Ajax di Cruijff come si descrive un attacco nel deserto progettato da Rommel. É insomma l’esprit de finesse che va a braccetto con l’esprit géométrique.

Guardare una storia di campione – così come (ri)guardare una storia mondiale – è un po’ anche come consultare un vademecum dello storyteller: dove però ben poco è lasciato al caso. Certo, Buffa non di rado improvvisa e spesso si affida ai ricordi filtrati dall’emozione personale (come ci aveva raccontato nell’intervista concessaci l’anno scorso), ma l’efficacia della sua narrativa non nasce da estemporanei colpi di genio o elementi intellegibili, proviene da un mix impressionante di studio e passione, che (guarda caso) porta a un’inevitabile conseguenza: fare benissimo il proprio mestiere. E forse, inventarne un altro.

C’è infine una cosa, forse la più importante per cui dobbiamo dire grazie a Federico Buffa: in un’epoca in cui il calcio si deve amare quasi sottovoce, travolti da uno scandalo al giorno, sentivamo davvero la necessità di qualcuno che ci facesse tornare a considerare quell’imprevedibile pallone che rotola come il gioco più bello del mondo. Come quello che piaceva anche alle mamme.

[Ph. Credits: skysport.it]