Sempre la stessa storia: la manifestazione contro il governo, la carica della polizia in tenuta anti sommossa, gli scontri con i manifestanti. La sera stessa, talvolta anche prima, cominciano ad uscire le foto dell’agente che manganella il manifestante e del manifestante che lancia sassi e bottiglie contro l’agente.

L’ultima volta è stato un paio di settimane fa, a Roma. Se da una parte, a livello pratico, non ne beneficia nessuno – in primis chi manifesta e vede sminuito il senso della protesta – dall’altra si contano i danni. E si comincia ad indagare.

È il caso dell’inchiesta del pm Eugenio Albamonte, che si propone di far luce anzitutto sulla vicenda della manifestante calpestata da un agente in piazza Barberini. Le immagini hanno fatto il giro della rete ed il grido che hanno sollevato è stato subito unanime: prendetelo.
Il “cretino”, così come definito dal capo della Polizia Alessandro Pansa, si è presentato spontaneamente in Questura dopo essersi riconosciuto nelle immagini: si chiama Massimiliano A. e pensava che la ragazza fosse uno zaino.

Chi di dovere deciderà sulla sorte dell’agente. Allo stesso modo, tuttavia, si interverrà per Andrea Coltelli: il 20enne di Viareggio che, immortalato insieme all’agente, cerava di proteggere la ragazza a terra. Perché, poco prima dello scatto, anche lui era tra coloro che lanciavano oggetti contro i blindati della polizia, come testimoniano i video registrati; una foto lo ritrarrebbe mentre brandisce una bottiglia di vetro spaccata.

E allora, siccome si parla di storie che sono sempre le stesse, ecco che come al solito la medaglia presenta due facce. E nessuna delle due è pulita. Mentre vittime e carnefici si confondono tra loro, a perderci sono sempre gli stessi: quelli che in piazza ci scendono per far sentire la propria voce e, invece, sistematicamente si vedono surclassati da chi grida più forte e con più violenza.

Perché quello che l’indagine di Albamonte sta portando a galla è più che un caso di abuso di potere. Pare infatti, secondo un’inchiesta del Tempo, che le frange responsabili degli scontri (quelli di dieci giorni fa come quelli di sempre) siano molto più organizzate di quanto di pensasse.

I Black o Blu Block – cambia il colore delle divise, permane la sostanza – sono infatti organizzati in gruppi che, dalla Lombardia alla Campania e dal Piemonte al Veneto, passando per le Marche, arrivano sul posto già armati. Non a caso, il 12 aprile scorso un gruppo era stato fermato al piazzale del Verano armato di manici di piccone, caschi, parastinchi, passamontagna, mascherine antismog, ricetrasmittenti, bombe carta, fumogeni e petardi completi di mortaio artigianale per il lancio a distanza.

Si sistemano verso il fondo del corteo, in modo da lasciare che i primi a sfilare siano i manifestanti pacifici, quelli che i Bloc, Black o Blu che siano, li detestano tanto quanto le forze dell’ordine. Poi, in sincronia, si scatena l’inferno. Se il segnale viene recepito da tutti come previsto, non ci vuole molto per scatenare il panico tra decine di migliaia di partecipanti ad un corteo.

Per Giulio Vasaturo, criminologo della Sapienza e studioso dei fenomeni di lotta, l’azione violenta «rivela la solita matrice ideologica e la capacità organizzativa di queste formazioni estremistiche. I protagonisti della guerriglia urbana nel centro di Roma si sono mimetizzati nel corteo, non solo dal punto di vista logistico ed operativo ma anche sotto il profilo propriamente politico». Il che, dunque, rende la distinzione tra frange pericolose e manifestanti pacifici ancora più difficoltosa.

D’altro canto, ciò non toglie che agenti di Finanza, polizia e carabinieri non possano arrogarsi il diritto di salire indiscriminatamente con gli scarponi sopra una persona. Dunque, a completare il quadretto degli argomenti triti e ritriti di anno in anno, di governo in governo e di manifestazione in manifestazione, c’è lui: il numero identificativo per gli agenti in tenuta antisommossa.

In Europa siamo rimasti in pochi a non averlo; la Germania ci sta ancora pensando, ma in Grecia è già realtà. Il numero (ma anche direttamente nome e cognome) sarebbe utile a far ricadere la responsabilità di un gesto sul diretto interessato e non su tutto il corpo; sarebbe un’innovazione importante, ma il testo ancora giace nei meandri del Parlamento, nonostante una petizione lanciata da MicroMega che ha raccolto già migliaia di firme.